FILOSOFIA

    HOME

Del testo filosofico 

SAIA EZIO

RIFLESSIONI Sull'ARTE

viene riportato l'indice e  il saggio LETTERATURA COME TEORIE

Pensatori citati: B. Croce,  N. Chomsky, Hanna Arendt, G. Dorfless 

 


 

INDICE

INTRODUZIONE-

Letterature come teorie- Introduzione.- Il Processo come testo emblematico - Dire e mostrare - Operare con teorie- Decidibilità-Omologazione e compromissione nelle teorie sociali - Teorie decidibili e "pensiero"- Irresistibile tentazione verso i modelli totali Intuizione nelle teorie e nelle opere di letteratura. 

Contesto di comprensione- Vincoli.Contesti di razionalità in opere non narrative - Storicità dei contesti Storicità delle forme - Storicità delle percezioni Razionalità interna o derivata?Razionalità interna-L’oggetto opera d’arte – oggetti - unità dell’opera- Le forme simboliche di Cassirer La redenzione dell’oggettoLa sintassi dell’oggettoLa rivoluzione delle Avanguardie - Forme e strategie - La concezione tragica di Adorno- Verità- Ancora sulla verità e sui mondiMetafore- Estensione del concetto di metafora ai mondi Metafore e modelli Oggetti Linguaggio e poesia in Heidegger 

L’emergere dell’innovazione-Ancora la tribù-L’evoluzione e la riserva-Riserva selettiva- L’essere destinale- L’arte e le arti Analogico e digitale- Il bello, l’estetico, il vero interno - La trasmissione delle conoscenze- Teorie sul mondo- Universalità dei racconti Bello e Arte-

Il mondo come emersione digitale

I mondi simbolici di CassirerIl sistema monetario- Autovalori Un mondo di oggetti: L’emergere del simbolico- Quale paradigma?- Una storia di eresie- La teoria di Zermelo- La soluzione di Russell - Le teorie di Wittgenstein- Verità Logiche- Il teorema di Skolem-

 

LETTERATURA COME TEORIE 

IINTRODUZIONE

Letteratura come teorie e Contesto di comprensione esplorano la natura del romanzo, del suo linguaggio, del suo senso. Il primo attraverso l’analisi del dire e del mostrare, dell’intuizione e del suo rapporto col mondo delle teorie, il secondo indagando su storicità, razionalità, linguaggio, unità in relazione alle avanguardie e alle concezioni di filosofi come Cassirer e Adorno.

L’emergere dell’innovazione è un saggio sul significato dell’arte e sul rapporto fra bello e artistico, come contributi alla teoria esposta in Filosofia dei Paradigmi che porta a definire le attività del singolo mortale e lo stesso singolo mortale come malattia dell’Essere immortale.

Particolari sono gli ultimi due saggi. Il mondo come emersione digitale tenta di dare una risposta al problema dell’emergere del mondo simbolico nella storia dell’uomo, mentre Una storia di eresie, centrato sulla crisi dei fondamenti nata agli inizi del secolo scorso, mostra quanto poco di meccanicità, quante invenzione, quanti dubbi, quante eresie esistano in un mondo, quello matematico, che troppi ritengono rigido, formale, meccanico, non problematico e privo di fantasia. In se priva di pensiero, è stata scritta come riflessione introduttiva a un saggio sulla natura della matematica.

 

Letterature come teorie

Introduzione.

Un romanzo è un modello? La verità, se non è l'adeguamento di una teoria al mondo, è suscettibile di nuove aperture? Queste domande, oziose in alcuni contesti culturali, non lo sono in un contesto in un cui ci s’interroga su teorie, su informazione e su verità. Del resto il pensiero ermeneutico, sulle orme di Heidegger, respinge il concetto di verità come corrispondenza e sollecita, proprio per questo concetto, aperture differenti, privilegiando quelle dirette verso l'"estetico". 
Qui, però, non interessano tanto l'esposizione, la critica o la confutazione di queste concezioni quanto un'indagine sulla funzione di ciò che genericamente è denominato come "estetico"; non una ricerca di definizione di ciò che è arte e di ciò che non lo è e neppure la ricerca di criteri, metodi o regole per caratterizzare ciò che è arte, ma l'individuazione di una funzione fondamentale dell'estetico, dell'arte come attività del "vivere nel mondo", con particolare riferimento ai suoi rapporti con le teorie nell'ambito del vivere umano. 
La scienza è stata caratterizzata spesso come conoscenza dell'universale e contrapposta, in ciò, alla conoscenza del particolare caratteristica delle opere letterarie. Non tutti accettano questa dicotomia, come non tutti riconoscono alle opere letterarie uno statuto conoscitivo. Al contrario, per altri indirizzi filosofici anche l'opera letteraria sarebbe conoscenza dell'universale, non quel ”universale astratto”, caratteristico delle teorie, ma un diverso tipo d’universale, “un universale concreto”.[i]
Le opinioni sono, dunque così differenziate, articolate e complesse che farne una disamina sarebbe un'impresa pressoché equivalente all'esporre tutte le filosofie che, sul problema, sono state proposte. Il tutto poi si complica quando accanto all'estetico o al narrativo o all'umanistico viene aggiunto, come discriminante ulteriore, il concetto di "artistico".
L'uomo di Kant, l’uomo degli idealisti, della fisica, della chimica, della psicologia, e più in generale di cui si parla nelle teorie non è il vero uomo così come il mondo non è il vero mondo. Il mondo delle teorie è simile ai mondi della fantascienza, un mondo costruito e popolato da alieni costruiti, parenti nostri ma eterei in quelle loro limitate dimensioni che sono poi i parametri di cui la teoria tiene conto. Del resto l'esito non potrebbe essere diverso, poiché anche i sistemi filosofici, utilizzando il linguaggio informativo di verità (questa è la forma generale dei modelli teorici), spesso costruiscono informatizzando e assimilando il mondo alla struttura d'informazione.
Se neppure la filosofia ci presenta il “vero” uomo allora nasce spontanea l'idea di trovarlo altrove e quell'altrove sembra che non possa che essere il mondo dell'intuizione artistica. È il vero mondo quello dell'arte? Cosa sono i romanzi e le poesie? Sono teorie? Sono modelli conoscitivi? Se lo sono o non lo sono, come e perché possono o non possono esserlo?
Effettivamente, si ha l’impressione che “l'uomo” e “il mondo” così come ci vengono presentati nei romanzi, nelle poesie, ecc. siano più vivi, meno parziali, meno eterei rispetto a quelli delle teorie scientifiche o dai grandi sistemi filosofici. Se comprendiamo sotto l'unica specie del "romanzo" le opere dei "pensatori" e degli "artisti", allora i sistemi filosofici sono romanzi di specie, di universali, di numeri, di funzioni, che non aspirano neppure a presentare l'uomo reale.

Il Processo come testo emblematico

 E’ utile fare una parentesi che a prima vista può apparire immotivata, mentre in realtà fornisce una comoda introduzione a successivi temi quali la rappresentazione di individui alle prese con teorie, l’opposizione dire-mostrare, il contesto informativo, il contesto di comprensione e comunicazione, il concetto di grado di libertà e quello di intuizione.
Kafka ci presenta nel Processo, un uomo alle prese con le teorie. Non l'uomo come specie, ma un uomo di nome K. La questione tra "l'uomo" e un uomo non è di poco conto e fa parte del più ampio quesito se quello dell'arte sia una diversa maniera di parlare dell'universale senza il linguaggio dell'informazione. 
Le teorie con cui è alle prese K. sono le teorie del vivere sociale. Da un punto di vista formale, minimo e generale, una teoria del comportamento del sopravvivere sociale, almeno come Kafka consente di leggere, è una dislocazione dell'opposizione di sovraordinamento. In altre parole un predicato divide le società in due classi, un secondo crea classi subordinate o trasversali e così via. Il vivere sociale si attua secondo una serie di gerarchie e poteri intrecciati, mobili nel tempo, che s'incontrano, si separano ed entro i quali ciascun individuo, in un’immaginaria istantanea, occupa un posto di subordinato rispetto ad alcuni e sovraordinante rispetto ad altri; posti che implicano superiorità rispetto ad alcuni e inferiorità rispetto ad altri.
Per muoverci nel mondo dei rapporti sociali abbiamo bisogno di una teoria su questo complesso reticolo classificatorio di subordinazione e coordinazione, una teoria che costituisce il nostro sistema d'orientamento nella società. I nostri sentimenti di obbedienza, di rispetto, di contestazione e di indifferenza acquistano un significato se ben diretti. Il termine "ben diretti" riflette la misura della nostra minore a maggior coincidenza con la curva che approssima meglio la dispersione delle teorie di tutti, mentre il termine "significato" é usato non nel senso di stare per qualcosa, ma nel senso di "posizione" in una tautologia classificatoria dalla cui logica interna di relazioni riceve appunto un "significato".
Noi sappiamo che Josef K. deve avere una teoria sui rapporti sociali, ma il suo agire mostra che la sua teoria è sfasata. Non è un umile spettatore, perché di volta in volta agisce, acconsente, reagisce, si ribella. Non è un superbo perché cerca, s’interroga e si affanna per comprendere. Disgraziatamente il mondo che cerca di interrogare e dominare sembra sempre articolato diversamente dalle sue credenze; nelle stratificazioni e nelle articolazioni delle gerarchie di quel mondo sembra che non esista alcun posto per lui.
Così si aggira e si agita; senza una teoria, senza un orientamento, privo di storia e di senso. Il suo atteggiamento mostra l'assurdo perché è perennemente fuori posto: non rispetta, anzi insulta i superiori, contesta a proposito o a sproposito, sbaglia non totalmente, il che avrebbe pur un suo senso grandioso e tragico, ma a caso. Di qui il messaggio, non di una tragica grandiosità adeguata agli eventi, ma di un miserabile squallore. 
K. non è un ribelle che comprende la gerarchia e la contesta, non è neppure la personificazione di una protesta metafisica contro ogni gerarchia o contro l'assurdità della vita. Protestare contro una gerarchia, un'autorità, un ordine presuppone la conoscenza di quell'ordine e di conseguenza la sua accettazione o la sua contestazione. Ma questo nel romanzo non accade perché lo sfasamento delle due teorie, quella di K. e quella della società che lo circonda, è irrimediabile. Di qui l'incomunicabilità, la mancanza di senso, l'impossibilità di redenzione (di senso) dallo squallore, dall'assurdità e dalla sentenza di condanna.
Quando Josef K. ci viene presentato è già condannato per una colpa che lui non conosce, ma la sua colpa ci viene ribadita dal suo comportamento successivo. Obbedire o disobbedire, rispettare o disprezzare, accettare o contestare hanno comunque un senso e lo ricevono da quell'ordine gerarchico verso cui quei sentimenti sono diretti. Ma in K. questo senso non esiste; lo sostituisce un totale non senso, un totale "assurdo" per cui K. ci appare un solitario abitante di un altro universo in cui mitezza e superbia, alternate a caso e dirette casualmente, assumono significati sinistri. Kafka non ci "informa" che le cose stanno così: paradossalmente non lo fa perché le cose non stanno così, come non stanno in una qualsiasi altra maniera in cui potremmo "dirle"; "dire" è "informare", è giudicare secondo funzioni, assimilare il mondo in conformità ad una teoria, parlando un linguaggio che aspira e si conforma a un calcolo proposizionale di verità. Non c'è alcuna maniera di "informare" ciò che la narrazione espone. Non siamo in presenza di una teoria, ma di letteratura in cui ogni interpretazione è insieme arbitrio e verità nel senso che ogni interpretazione, essendo teoria, espone, manipola e perde secondo i criteri funzionali della teoria stessa. Il testo non è un'interpretazione ma è disponibile all'interpretazione, così come una teoria sul mondo non è il mondo. Esso ci "mostra" una connessione di eventi con elevato grado di libertà che consente differenti letture. 

Dire e mostrare

 Il "mostrare" è una caratteristica delle rappresentazioni analogiche (A) come le vecchie fotografie. Da una qualsiasi fotografia, se il nostro occhio non fosse teorico, non potremmo estrarre alcuna informazione; può esserci l'informazione di "una casa che sta su una collina", ma il poter leggere questa informazione presuppone che su quella rappresentazione si sia operata una conversione A=>D (digitale) capace di generare gli oggetti “casa”, “collina” e la relazione fra questi oggetti. Senza operazioni di questo tipo non siamo in grado di dare o, meglio, "dire" né quell'informazione né una qualsiasi altra.
Il messaggio, se così si può chiamare, che noi leggiamo in una teoria o in un romanzo e che, a nostra volta, vogliamo comunicare in una qualsiasi lingua assume la forma: "Quell'opera ci dice questo" e, con un messaggio di questo tipo, intendiamo 1) che l'enunciato che pronunciamo è un enunciato vero e inseribile nel calcolo decidibile V/F, 2) che vogliamo trasmettere sotto forma di informazione ciò che ci è stato mostrato. 
Noi che tiriamo le somme, il critico letterario che dà un giudizio, il filosofo che svela la filosofia che ispira l'opera, parlano inevitabilmente il linguaggio informativo di verità. Nell'attimo stesso in cui esprimono un giudizio- asserzione, intendendolo, indicandolo come vero, formano una proposizione che s’inserisce in un calcolo di verità proposizionale. 
Per lo studio del rapporto fra letteratura e teorie e per la rappresentazione di questo rapporto, l'opera di Kafka è esemplare ma, nella sua globalità, tutta la letteratura mostra queste caratteristiche.

La letteratura, non essendo teoria, non possiede, in alcun grado, le proprietà formali delle teorie: di essa o di una qualsiasi parte di essa non si può argomentare. Se possiede una sua “verità”, questa verità è del tutto diversa da quella delle descrizioni informative o delle teorie; tanto diversa che su essa non si può né discutere né esprimere consensi o dissensi con argomentazioni. Dovrebbe essere una cosa ovvia, ma non lo è affatto: un'opera letteraria non è confutabile. Non è confutabile né da una qualsiasi teoria né da qualsiasi altra opera letteraria. Con ciò non si intende che non possa essere confutata perché detentrice di una verità in grado di respingere qualsiasi confutazione, bensì s'intende il fatto che non vi può essere, che non ha alcun senso alcun rapporto di questo tipo, alcuna relazione di verità, perché non c'è comunanza di linguaggio. Se i romanzi contengono verità, queste non consistono in ”informazioni vere”, non appartengono a quel tipo di verità che una teoria o un altro romanzo possano confutare.
L’opera letteraria non è informazione, ma può contenere informazioni. Se le contiene possono essere vere o false, ma, in ogni caso, sono sussidiarie contestuali allo svolgimento e alla significazione del romanzo, che, in quanto tali, cioè, in quanto teorie, ammettono confutazioni da parte di altre teorie, senza per questo intaccare il senso del romanzo. Alle informazioni, a quelle connessioni d’informazioni, a quegli schemi d’informazioni che sono le teorie va riferito il "dire", il "codificare”, il “trasmettere” e in generale il linguaggio di verità, mentre la letteratura esige, per essere compresa, di essere guardata con una diversa apertura e si pone, come senso, in opposizione al procedere teorico, trovando in questa opposizione il suo senso e la sua verità. Affinché, però, queste affermazioni non rimangano solo vuote combinazioni di parole, sono necessari alcuni chiarimenti.

Operare con teorie

 Più che di teorie, per semplificare e rendere più comprensibile il discorso, senza però, perdere di vista gli obiettivi parleremo di modelli.
Sono modelli di un edificio tanto 1) un plastico in scala, che 2) una serie di equazioni strutturali, che ne descrivono le condizioni di equilibrio statico. I due modelli non sono naturalmente equivalenti. Se abbiamo bisogno di verificare la tenuta di un solaio sollecitato da un certo peso, non utilizzeremo il plastico, ma il modello statico, mentre useremo il plastico se voliamo risalire alle misure, dare giudizi estetici, ecc. In conclusione ogni modello è un'organizzazione in grado di fornire alcuni tipi d'informazione, ma non tutti i tipi, non tutte le informazioni.
Del resto noi progettiamo i modelli proprio in funzione delle informazioni che vogliamo ottenere. Teorie e modelli, sono, dunque, sistemi organizzati d’informazioni progettati con il preciso fine di ottenere certe informazioni. E' proprio questo fine a determinare l'organizzazione e la forma del modello o della teoria.
Questo è fondamentale: 1) un modello non può contenere tutte le informazioni dell'oggetto di cui è modello, 2) dal modello non si può risalire all'oggetto, 3) il modello totale di un sistema è solo il sistema stesso: l'unico modello totale di un edificio non può essere che l’edificio stesso. Modellizzare, teorizzare è, in certo senso, perdere informazioni per renderne esplicite altre. Sia l’esplicitazione che la perdita sono connaturata con la procedura per acquisirle. Il modello totale dell'oggetto, del sistema, del mondo non può essere che l'oggetto stesso, il sistema stesso, il mondo stesso. L’acquisizione di informazioni esige un prezzo: ogni modello, ogni teoria ha in sé, strutturalmente, i presupposti della conquista e della perdita.
Un modello di un edificio non è l’edificio stesso. Nell’operazione qualcosa è andato sicuramente perso poiché nel modello non è possibile abitare. Eppure ciò che è banalmente ovvio per un modello così semplice non lo è per quelle complesse, estesa e nobili teorie sul mondo. E’ questo il processo che porta a confondere la verità con l’informazione, un modello di mondo con il mondo e che induce a favoleggiare che possa esistere un modello totale che coincida con il mondo.
Molti equivoci totalizzanti e apocalittici svaniscono se si accetta che le teorie, anche quelle “nobili” come la fisica, sono modelli di mondo; ci danno un modello fisico o chimico del mondo, consentono un uso del mondo, ma non sono il mondo. Non si può chiedere a questi modelli ciò che strutturalmente non possono dare. Assolvono il loro compito non fornendo “verità”, o tutte la “verità”, ma mettendoci in grado ottenere quelle informazioni per cui sono stati costruiti. Non ha senso affermare che un modello plastico è “falso” perché non da informazioni strutturali no “vero” perché le da.

Eppure, se in riferimento a modelli semplici queste considerazioni appaiono ovvie, non altrettanto succede in riferimento alle scienze in generale. 
Il travisamento della natura informativa delle teorie (acquisto e perdita) porta, da una parte, a supporre che esse descrivano il mondo in maniera tale che, una volta pervenute alla loro completezza ne possano essere uno specchio completo e, dall'altra, spingono a certificare come "il falso." l'impossibilità dei modelli di essere modelli totali. Ma le teorie sul mondo, comunque formate, saranno sempre modelli di mondo e non saranno mai né il mondo né la sua raffigurazione né il suo modello totale. Questi erronee illusioni nascono da una confusione fra il concetto di VERITÀ e quello d’INFORMAZIONE, fra il concetto di REALTÀ e quello di TOTALITA' DELLE INFORMAZIONI e alla base di questi equivoci sta quell'ingombrante concetto di "verità" a cui si vuol sempre far approdare ogni pensiero.
Il problema non sono però le singole teorie bensì l'attività del teorizzare. L'uomo sopravvissuto come tale è un uomo che ha edificato la sua casa sicura nel teorizzare e il teorizzare è un'attività di colonizzazione che per sua intrinseca natura porta alla luce informazioni perdendo il mondo. Siamo così abituati, quando parliamo di teorie, a pensare a teorie nobili e "intellettuali" come la fisica e la chimica che abbiamo dimenticato che l'uomo viveva e modificava il suo vivere secondo comportamenti, abitudini teoriche ( induzioni, precauzioni, principi logici, fiducia in certe connessioni di sensazioni ) affermatesi come vincenti quando neppure esisteva la parola "teoria".
Siamo così abituati che al mondo così come si presenta che neppure 1) ci accorgiamo che così come le teorie, i modelli producono oggetti la cui apparenza, forma, senso sono conformati dagli stessi modelli dalle stesse teorie, affermatesi e utilizzate per la loro capacità produttiva, 2) che neppure consideriamo che il mondo degli oggetti e dei fatti, così come si è formato (così congruente alle parole e ai linguaggi), è già un mondo colonizzato dai comportamenti teorici, con relative funzioni, conquiste e perdite, che si sono affermati e consolidati come vincenti al variare delle pressioni selettive. Il teorizzare non è assolutamente un'attività di contemplazione separata dal mondo che osserva, interpreta e studia, ma un'attività che come quel nutrirsi, che consuma il simile, muta, elabora, assimila, il dissimile rendendolo consumabile ed espelle quel dissimile che non riesce ad assimilare.
L’attività teorizzante lungi dall’essere un pacifico contemplare è metaforicamente simile al lavoro del contadino che trasforma un bosco in un orto.

L'operare senza teorie è impensabile. L'uomo, per esemplificare, incapace di governare la sua capacità induttiva, semplicemente non sopravvive. L’uomo si è determinato vivente come uomo teorico. Ma quali sono le caratteristiche di quest’uomo teorizzante? 
L'operare teorico è un operare informatico che si costituisce come destino di conquista e di perdita. Esso è strutturalmente funzionale, strumentale e assimilante verso l’oggetto del teorizzare; la procedura agisce sull'oggetto determinandolo e progettandolo per restituircelo (il modello plastico dell’edificio, i disegni dell’architetto, i calcoli dell’ingegnere, ecc. come gli elettroni, i magneti elementari, l’inconscio, l’Io penso di Kant, sono tutti oggetti teorici, assimilati secondo funzioni d’uso. Questo comporta il determinarsi di un filtro funzionale, filtro che la tradizione filosofica ha tradizionalmente individuato, quando pur l'ha individuato, in un filtro categoriale, ma che non è identificabile come categoriale se non nelle sue manifestazioni funzionali più semplici. Fra le conseguenze di questo filtro funzionale di assimilazione si possono enumerare:

1) individui differenti (e per individuo si intende non solo un individuo ma qualsiasi individuale: uomini singolari, soggetti collettivi, cose, sentimenti, eventi, fatti ecc.) vengono omologati nelle differenze e resi identici agli effetti della teoria, trasformando gli individui in simulacri.

2) le teorie per loro natura generano oggetti, prescrivono procedure, omologando così sistemi di percezione, di verità di vita, di lavoro.  Operiamo secondo queste teorie generando sempre uguali successioni di operazioni e secondo letture non problematiche, poiché anche le procedure interpretative sono omologate.

3) Le teorie creano mondi e sostituiscono mondi. I mondi che vengono sostituiti sono i mondi della memoria cioè teorie consolidate in abitudini e visioni rassicuranti, che fungevano da nostre case simboliche, come i mondi sostituenti fungono da nostre attuali case simboliche Mondi, case simboliche costruite, per quanto possibile, per allontanare, tenere fuori ciò che temiamo e vicino a ciò che amiamo. Ci siamo legati ed affezionati a procedure, oggetti e sentimenti in cui sono depositate le nostre sicurezze. Si ha una sostituzione di case simboliche, con cui abbiamo imparato a convivere, con altre case simboliche. Oltretutto queste nuove case sono sempre meno elaborate e decise da noi; sono case che non abbiamo approvato e che sentiamo aliene. Il processo è tutt’altro che indolore; esso avviene e si attua per lo più al di sopra delle nostre possibilità di scelta o d’influenza, e non può che essere percepito come imposto e spaesante. Ma tutto ciò che richiede ben altro approfondimento ritorneremo.

Decidibilità

Ma un altro e più grave pericolo è sempre in agguato. Mi riferisco all'irresistibile tendenza dell'attività teorizzante a produrre teorie totalizzanti, per renderle rendendole onnicomprensive, complete e compromesse.
Da un punto vista sintattico sono decidibili le teorie in cui di ogni proposizione può essere dimostrato in un numero finito di passi che è o che non è un teorema della teoria. Una teoria è completa quando per ogni proposizione la teoria può dirci se quella proposizione o la sua negata possono essere dimostrate. In pratica una teoria decidibile presuppone la possibilità di automatizzare ogni soluzione, una teoria completa può decidere al sì o al no ogni problema esprimibile con regole ammesse nel suo linguaggio.
Entrambi sono concetti sintattici e non parlano quindi di verità ma di dimostrabilità poiché il concetto di verità è un concetto semantico. La distinzione fra livello semantico e livello sintattico, ai quali corrispondono, rispettivamente, i concetti di verità e di dimostrabilità, concetti parenti, ma non coincidenti, in questo contesto può tranquillamente essere trascurata. Anche perché i concetti di decidibilità e completezza non sono qui usati nel loro significato della teoria della dimostrazione ma in un senso più intuitivo e metaforico per richiamare la decidibiltà sintattica o semantica di una teoria, l’ampiezza della sua estensione come teoria e la sua possibilità di essere automatizzata. Possiamo ulteriormente allargare il concetto di decidibilità al campo pratico e considerare oltre le teorie vere e proprie anche i testi sacri in cui la procedura di decisione avviene avendo come metro la compatibilità col testo sacro.
Decidibilità e completezza nell’accezione qui considerata sono ovviamente un pregio delle teorie, (Chi non desidera teorie che sappiano sempre risolvere i problemi, tutti i problemi e in maniera automatica?) ma anche un indice di pericolo.
Una teoria è formalmente decidibile o non decidibile, ma, al di là di ogni definizione formale, è ovvio che a un minore o maggior grado di decidibilità corrisponde a un maggior o minor grado di libertà di scelta. Solo le proposizioni non decidibili consentono l’esercizio della libertà o del libero arbitrio. Completezza e decidibilità sono, quindi, pregi per le teorie; pregi per cui quelle le stesse teorie pagano un prezzo in rigidità delle connessioni, in appiattimento di individui e in una maggiore omologazione funzionale. Questa asserzione non è null'altro che una registrazione e, come tale, del tutto priva di implicazioni morali e di connotazioni negative. Il processo del teorizzare implica certi risultati e certi limiti che vanno conosciuti e accettati senza demonizzarli, poiché questa è la contropartita per ottenere quelle teorie che costituiscono il nostro orientarsi nel mondo.
I concetti di decidibilità, di completezza delle teorie portano direttamente nel cuore della loro funzione di trasformazione, assimilazione e uso del mondo. Indicando in tal modo uno spazio e una via per comprendere la funzione del “romanzo”; è proprio a questo livello, infatti, che il "romanzo" (e con questo termine non si indicano solo i romanzi veri e propri, ma le poesie, i dipinti ecc.) assume il suo ruolo e la sua funzione. Una funzione vitale di compensazione e di rivolta, radicata nella casa simbolica della stirpe umana.

Omologazione e compromissione nelle teorie sociali

Per comprendere questa connessione è necessario esaminare un altro concetto che potremmo chiamare di compromissione. Mentre il grado di decidibilità ci informa sul grado di libertà di una teoria (che è nullo in caso di teorie completamente decidibili), il grado di compromissione misura quanto l’oggetto della teoria sia coinvolto con il nostro vivere nel mondo. Il grado di compromissione sarà, quindi, tanto più elevato quanto più l’oggetto è l’uomo in quanto vivente con gli altri uomini nel mondo. Ovviamente dalla fisica e la chimica che parlano di atomi e di molecole e dalle loro leggi, di masse, di energia, di atomi di gravi, mentre si può inferire molto sulla chimica e la fisica dell’uomo, ben poche inferenze si possono trarre circa il suo comportamento sociale. L’uomo fatto di atomi, molecole e forze è (per semplificare) l’uomo robot cartesiano fatto di sostanza estesa e si fa ben poca strada partendo da queste basi per comprendere il comportamento dell’uomo nella sua integrità, nelle sue relazioni, nell’esercizio della sua vita. In questo senso Fisica e Chimica sono teorie con un basso grado di compromissione.
Le teorie sono tanto più fortemente compromesse quanto più si propongono di definire il comportamento della vita del singolo individuo nell'ambito dei comportamenti di quelle altre vite che condividono con lui l'uso del mondo.  
L'uomo sociale delle Scienze storiche e Sociali è invece l'uomo nel suo condividere e vivere l'uso del mondo con altri uomini. Queste sono quindi le teorie con un più alto grado di compromissione.

Le teorie decidibili in campo sociale (nel senso sopra indicato) sono eccezionalmente potenti e quando estendono a TUTTE le domande la certezza di risposta costituiscono il massimo livello di omologazione. Ciò può, e in teoria deve, comportare a livello pratico quell'omologazione totale di comportamenti che corrisponde, a livello teorico, alla presunzione di poter e dover dare tutte le risposte.
Il comunismo elevò a livello di totale decidibilità le teorie sociali di Marx, I fondamentalismi religiosi fanno lo stesso con le loro interpretazioni dei testi sacri.
Tutte queste teorie, nel loro possedere altissimi gradi di estensione, di decidibilità, di compromissione al campo umano, non possono non estendersi al campo pratico, aggiungendo all'errore teorico di identificazione dell'uomo con l'uomo della loro teoria, quello pratico del dover essere come prescrizione: da "questa è una teoria" a "questo è il mondo", da "questo è il mondo" a "questo deve essere il mondo"; e ancora da "questo è un modello di uomo " a "questo è l'uomo" e da "questo è l'uomo" a "questo deve essere l'uomo". Un agire che si realizza mettendo in atto processi di omologazione per ridurre l'illimitata variazione umana alle funzioni assimilanti della teoria.
Nazismo, comunismo, fondamentalismi confessionali non a caso furono e sono connotati da un forte concetto di verità, non a caso questo concetto di vero coincide con il concetto di bene, non a caso furono in grado di decidere non solo su ogni testo di teoria sociale fino a creare un indice delle teorie, imprimendo su ciascuna di esse marchi di verità o falsità, (e quindi di bene o male, di permesso non permesso, di accettabile o delittuoso, di legale o illegale).
Di questo passo non deve stupire che si siano pronunciate teoricamente e praticamente su ogni filosofia, che abbiano condannato Mach, Freud e perfino, l'evoluzionismo di Darwin.
Ugualmente fu sottoposta a censura tutta la “letteratura” dovendo anche questa omologarsi a comportamenti "autentici". Ma perché la censura verso l’attività letteraria, se questa non è teoria? Se non confuta le teorie né ne può essere confutata, se non fornisce informazioni né suggerisce teorie? La risposta a questa domanda sta nell’ufficio della letteratura, nella sua opposizione non detta contro ogni omologazione non solo delle teorie complete e decidibili, ma di tutte le teorie; un’opposizione che è contemporaneamente un’affermazione non detta dell’umanità e dell’unicità inomologabile di ogni singolo individuo.

 

Teorie decidibili e "pensiero"

Se una teoria sul mondo è un sistema per orientarci nel mondo, per muoverci in esso, per usarlo, una teoria decidibile è un sistema d'orientamento che ci permette e ci vincola sempre a muoverci su una sola strada.
Se una teoria è un sistema d'orientamento verso muoverci in sicurezza, se il comprendere secondo una teoria tanto ci rassicura quanto più elimina le nostre incertezze, una teoria decidibile assolve il suo compito con la massima efficacia; non dobbiamo temere problemi irresolubili perché ogni domanda ha la sua risposta. La strada è tracciata per noi dalla teoria e ci garantisce che una risposta c'è, che è unica e indubitabile e che la possiamo trovare seguendo le connessioni instaurate dalla teoria.
Disorientamento, dubbio, errori e responsabilità non si addicono a comportamenti in coerenza a teorie complete e decidibili. Le responsabilità sono della teoria. Noi, seguendola nei suoi passaggi obbligati, siamo esonerati non solo dal dubbio, ma anche dalla fatica; non dobbiamo seguirla di persona, non dobbiamo neppure pensare poiché, in ogni caso, il risultato non può cambiare. Possiamo evitare quell'inutile sforzo e delegare ad altri o a macchine elaboratrici il compito di calcolare, anche per noi, tutte le risposte.
Pensare non è seguire una teoria o eseguire calcoli secondo una procedura, ma è faticoso dubitare e brancolare alla ricerca di nuovi paradigmi d’orientamento e comprensione, è sforzo di liberazione da paradigmi così profondamente connessi col nostro agire abitudinario da farci credere che essi siano gli unici possibili. Ogni teoria decidibile non solo suggerisce che si possa costruire una macchina che risolva ogni problema esprimibile nel suo linguaggio, ma anche che, almeno in linea di principio, questa macchina esista e ci possa fornire la soluzione di ogni problema in un numero finito di passi; ma questo non è pensare.
Una teoria completamente compromessa ci dice che tutte le domande sull’uomo e sulla sua vita sono già scritte, che l’uomo “vero”, “autentico” è l’uomo descritto dalla teoria. L’orrore sta nel fatto che comunque sia, comunque si espliciti la teoria, ‘il’ suo ‘uomo’ o le sue ‘varietà di uomo’ saranno sempre appena simulacri; un uomo funzionalizzato che corrisponde all’uomo che vive nel mondo ancor meno di quanto corrisponde un modellino plastico di un edificio all’edificio stesso.
Come già detto non c’è nulla di pericoloso nell’utilizzare un modello purché non si pretenda di abitarlo. Se abbiamo una teoria completa, decidibile e compromessa che ci dice quali sono gli “uomini autentici” e come si comportano gli uomini autentici che faremo dell’illimitata varietà che autentica non è?

Si è visto come le teorie comportano, in termini di verità, conquiste e perdite. Le teorie danno accessi al mondo producendo informazione e occultano il mondo nel produrre questi accessi, ma se si ha coscienza di ciò che si costruisce e di ciò che si perde, se non si confonde il mondo con i suoi modelli creati dalle teorie, non si vede come le teorie in se stesse possano essere portatrici di pericolo.
A questa conclusione si possono fare due obiezioni. Mentre la prima ci dice che l’illusione di poter costruire e padroneggiare modelli totali sembra irresistibile nel comportamento umano, la seconda ci dice che il pericolo non sta tanto nell’uso di questa o quella teoria, ma nell’attività stessa di teorizzare. Esaminare entrambe queste obiezioni porterebbe troppo lontano, ma almeno qualche accenno cammin facendo dovrà essere fatto. Per ora limitiamoci a considerare che Il rinnovarsi del messaggio letterario è la vivente ammonizione a non dimenticare che un modello di mondo non è il mondo in cui viviamo e che l’uomo delle teorie non è quell’uomo vivo e reale che con noi e con gli altri uomini condivide la vita nel mondo. Un prototipo di individuo non esiste e neppure una serie di prototipi; quelle omologazioni che per una teoria hanno una ben definita funzione, in nessun caso permettono di trasformare l’ontologia degli omologati in una ontologia degli individui.
La letteratura combatte una mistificazione pericolosa che costituisce un’attività di per sé vitale per l’uomo, ma che tende spesso a trasformarsi in un’attività totale di vita.

 

Irresistibile tentazione verso i modelli totali

Il pensare è un ricercare un mondo in equilibrio stabile, è un movimento inarrestabile verso l'abitare in un mondo noto, non problematico e senza sorprese. Data una situazione problematica, noi ci tranquillizziamo se individuiamo indizi che ci consentono di instaurare correlazioni tali da poter dire: "Ho capito, sono in quella data situazione. La conosco. So come agire e dominarla."
Noi sappiamo che il mondo della vita è una situazione complessa retroazionata, e non lineare, ma possediamo una capacità incredibile e unica che ci consente di assimilare, di funzionalizzare la vita e di ricondurla al semplice: quel semplice che ha prodotto teorie maneggiabili e vincenti. Diviene difficile resistere alla tentazione di ricondurla sempre e in ogni caso al semplice, ad un tutto compiuto, ad una teoria totale che ci consenta di decidere per comportamenti "autentici" e tale da farci emettere giudizi di "inautenticità" su individui e comportamenti d’individui. E’ ancor più difficile, giunti a questo punto, non operare per correggere tali comportamenti "devianti". Viene omologato ciò che permette tale omologazione, ma anche, per costrizione, ogni varietà che la rifiuta.
Tali comportamenti pericolosi sono connaturati in massimo grado nelle teorie che abbiamo caratterizzato come decidibili, complete e compromesse. Queste sono teorie creatrici di mondi in cui non sono ammesse né la varietà né la singolarità degli individui. Se volessimo dare una misura della pericolosità di una teoria dovremmo legarla ad una qualche funzione dei gradi di compromissione, di decidibilità e di completezza. Ogni teoria possiede quindi, in quanto tale, un non eliminabile grado di pericolosità.  
Noi continuiamo a teorizzare e, teorizzando, ad assimilare e perdere. C’illudiamo che, come l’edificio dell’esempio rimane a nostra disposizione, il mondo e l’uomo su cui teorizziamo, al di là delle teorie, siano sempre lì pronti alla comunione con noi. Ma non questa o quella perdita, non questa o quella teoria, non questa o quella assimilazione, non questa o quella omologazione, ma il teorizzare, il produrre perdite, assimilazioni, omologazioni con la stessa continuità e con cui respiriamo e viviamo, questa è la vera perdita: non una perdita, ma un vivere perdendo. Il mondo, da solo, di per sé, non si rimargina in continuazione per presentarsi sempre lì pronto ad una mistica ed improbabile comunione. Il mondo che di volta in volta crediamo di ricuperare è già un prodotto di prodotti che vengono costantemente assimilati al nostro uso.
Il teorizzare, il ricercare sono stati la fonte della sopravvivenza di noi, uomini informatici. I prodotti di questa attività teorizzante sono le costruzioni di mondi sicuri. Dico ‘costruzione’ e intendo proprio costruzione. Le teorie non sono solo quelle nobili costruite nell’era del dominio e della scienza riconosciuta, ma sono soprattutto quelle abitudini, quelle preteorie, quei linguaggi di verità, quelle procedure di colonizzazione, quei mondi segmentati delle cose. Il mondo è questo coacervo di teorie, che si sono sedimentate, sovrapposte, selezionate e che ora costituiscono sia il nostro leggere, sia il nostro agire, sia il mondo stesso.
La filosofia è sempre stata schizzinosa verso il nostro passato biologico e ha costruito asettici io trascendentali, io osservatori-disinteressati, io raccoglitori di nozioni, presentandoci individui che compongono idee, animano statue di pietra, osservano e calcolano. 
L’uomo si porta dietro nella sua carne, nei suoi programmi genetici nella sua cultura, le sue teorie, i suoi mondi, le sue abitudini consolidate, i suoi a priori che si sono formati mentre l’uomo si formava, mentre il mondo dell’uomo veniva colonizzato, mentre il dolore, la morte, la selezione costruivano l’uomo sopravvivente e dominante in quanto uomo simbolico e informatico. Un uomo teorizzante in simbiosi con il teorizzare e con i prodotti delle teorie; una simbiosi di soggetti che si selezionano a vicenda, si equilibrano nel porsi, nell’agire, nel colonizzare, assimilare e costruire. Prodotti, quindi che sono teorie e che, lungi dall’essere asettiche osservazioni, studi e invenzioni, sono nati nella selezione, nel dolore, nella morte.

 La dialettica trascendentale di Kant è stato contemporaneamente uno sforzo per demolire l’illusione di una scienza totale, e un riconoscimento dell'inevitabile permanere di forze creatrici di quella stessa illusione. Kant non si limita alla confutazione di ogni teoria totale e al riconoscimento della sua inevitabilità ma cerca di costruire un paradigma di riconoscimento delle forme generali entro cui si attua.
Ciò che Kant ha trascurato di constatare e di indagare è l'altrettanto irresistibile reazione contro questa spinta di omologazione che proviene dal teorizzare. Se l'opera di omologazione è un'opera collettiva di coordinazione che, pur nello scontrarsi e coordinarsi di teorie, va avanti, trascinata da quella condizione che Kant chiamava "irresistibile bisogno di far metafisica", altrettanto insopprimibile procede la reazione della letteratura. Una resistenza tenace, costante e non coordinata; non corale, ma tuttavia somma di singolarità che si esprime nella presentazione di individui (per individui si intendono anche individui collettivi, come i popoli, le famiglie ecc. nonché le cose, i soggetti dei dipinti, i sentimenti ecc.) che mostrano la loro irriducibilità alla categorizzazione, quasi si instaurasse un'alleanza tra individui separati nello spazio e nel tempo; un'alleanza non concordata, in cui la sola constatazione della singolarità può spingere alla resistenza contro ogni omologazione mutilante. 

La cultura tradizionale assegna questo "compito" di resistenza, questa funzione di compensazione delle "devastazioni scientifiche" alle discipline umanistiche, ma su questo problema c'è molta confusione. Gli equivoci sulla funzione negativa delle teorie scientifiche sono madornali e l'analisi di questi effetti è superficiale proprio nella conclusione che assegna alle discipline e alla cultura umanistica un compito di redenzione. In queste discipline e in questa cultura si riesce poi a stipare di tutto, purché evochi l'"umano". Vengono così arruolate teorie sociologiche, psicologiche, politiche, sociali, narrazioni storiche, sistemi filosofici, romanzi, narrativa, poesia, ecc., Tutto ciò senza considerare che le teorie umanistiche non cambiano la loro natura per il solo fatto di essere umanistiche; sono teorie a tutti gli effetti con tutte le caratteristiche buone o meno buone delle teorie, anzi al contrario presentano, come si è visto, proprio per il loro alto grado di compromissione con l’oggetto “umanità”, un altissimo grado di pericolosità.
Certamente le “teorie” umanistiche agiscono in modo compensativo. Il problema è di individuare di quale tipo sia questa funzione compensativa, considerando che, comunque, in quanto teorie, agiscono per funzioni creando differenze, informazioni, “oggetti” e quindi assimilando il diverso e rigettando il non assimilabile.
Se questa opera di compensazione esiste, tutto fa supporre che operi al di fuori dei limiti entro i quali quelle teorie agiscono da teorie. E’, però, difficile pensare che teorie politiche, sociologiche, psicologiche, discipline storiche, ricerche critiche di ogni tipo anche letterarie, musicali, economiche e così via non siano teorie con le caratteristiche delle teorie, anche se in esse una qualche sorta di opera di compensazione esiste.
La tentazione è di identificare quest’opera di compensazione, di opposizione, di verità nella loro natura di scienze dello spirito e/o in una loro narratività e/o in una loro apertura a una pluralità di significati. Ma che significa per un’opera essere aperta a una pluralità di significati? E in questo loro essere plurisignificanti sono ancora teorie o sono romanzi? Per rispondere a queste domande è utile operare una digressione nel campo di ciò che di solito viene denominato con il termine ‘intuizione’.

 

Intuizione nelle teorie e nelle opere di letteratura.

Esiste certamente il problema della determinazione del ricorrere dell'intuizione nella formazione e nella comprensione delle teorie, ma è un problema difficile già nella sua formulazione.
Del resto il concetto di "intuizione" sembra difficile da definire e pare coinvolgere, come direbbe Wittgenstein, tutta una famiglia di concetti. Vi sono coinvolti certamente, in predicazione o in opposizione, i concetti di analiticità, di tautologia, di teoria formale, di ragionamento e così via, insomma vi è coinvolto il generale concetto del rappresentare e del pensare.
Precisarne i contorni diverrebbe opportuno solo se risultasse utile e ciò accadrebbe solo se gli eventuali esiti riguardassero, in generale, le teorie nella loro funzione minimale di essere sistemi d'orientamento o se tale operazione agevolasse la comprensione dei rapporti fra romanzo e teoria.
Almeno inizialmente più che la caratterizzazione del processo intuitivo interessa analizzare l’opposizione tra il procedere intuitivo e quello meccanico in riferimento alla possibile condivisione di questi processi da parte di "teorie" e "romanzi".
Anche così formulato il problema è ancora troppo vasto e conviene restringerlo ai processi di formazione delle teorie e dei romanzi. A questo livello di vaghezza non sembra che le difficoltà siano insormontabili.
Pur ammettendo (il che non è né vero, né generalmente ammesso) che nella loro versione formalizzata le teorie siano riducibili a enunciati postulati o confermati dai quali vengono inferiti i teoremi della teoria, nessuno negherebbe che nel processo di formazione intervengano processi che coinvolgono postulazioni provvisorie, formulazioni di ipotesi, intuizioni. 
L'intuizione c'è anche in matematica e in logica. Il fallimento del programma riduzionista del logicismo lo testimonia. Ma anche se il programma avesse avuto successo, nessuno oserebbe negare, come già Kant aveva messo in evidenza, l’intervento di nuovi individui e quindi di fattori intuitivi nel processo di dimostrazione. Altro è l’esposizione sistematica a posteriori altra la genesi, genesi intesa non solo nel suo evolversi storico come si evoluta realmente o come avrebbe potuto evolversi per altre vie, ma nel senso di contributo alla formazione del significato, durante la creazione, ad esempio, degli oggetti matematici.
Hintikka, in un’indagine sul concetto di tautologia, ha proposto accanto alle tautologie di superficie, le tautologie profonde. Questa distinzione permette all’autore di coordinare certi concetti formali ormai consolidati con le proprie vedute circa l’attività di formazione delle teorie.
Hintikka ha postulato che l'attività di ricerca sia, in effetti, legata a strategie di ricerca e di ritrovamento in cui vengono effettuate anticipazioni sull'esistenza d'individui, sulla loro unicità e sulle loro attribuzioni, senza che si abbia alcuna garanzia di ritrovarli e di ritrovarli con quelle attribuzioni con cui sono stati postulati. L'indagine procederebbe da modelli anche locali, neppure impegnativi come contraddittorietà e coerenza, con altre postulazioni o conferme locali, per proseguire con attività di ricerca, anticipazione, gioco a tavolino in cui si fissano strategie che verranno eseguite sul campo di battaglia (il mondo) con esiti che possono essere perdenti o vincenti, ma che comunque non "possono sorprenderci". In effetti, se così stanno le cose, le categorie (funzioni) che si ritrovano non possono essere diverse da quelle decise a tavolino, purché il gioco sia stato condotto osservando le regole e solo internamente a quelle regole e a quelle categorie. In tal caso, in relazione a quelle regole e a quelle categorie, non possono esserci né vittorie né sconfitte.
Tra la proposta di Hintikka e l'orientamento generale del pensiero (a parte le modalità con cui entra in gioco l'invenzione) non c'è molta distanza, basti pensare al fallimento di tutte le teorie di completa passività del soggetto nell'apprendere e al fallimento, ancora, di tutti i tipi di riduzionismo. Le stesse risultanze di Khun, pur così enfatizzate dall'autore, mostrano come nel processo di teorizzazione entrino in gioco sia strategie codificate, tradizionali, sperimentate sia paradigmi rivoluzionari che mettono in gioco nuove visioni del mondo, incommensurabili rispetto alle precedenti. Agli inizi del secolo Weyl nel suo Das Kontinuum aveva sostenuto che l’edificio teorico del teorizzare matematico procede mediante due processi, quello logico e quello matematico. Col primo si generano da una serie di relazioni e categorie iniziali nuove relazione e proprietà da riferire agli enti primitivi. Questi risultati si ottengono mediante applicazioni di poche e ben definite operazioni logiche. Col processo matematico si generano invece nuove entità ideali come insiemi di enti che godono di una certa relazione e o di una certa proprietà o di uno stock di proprietà e relazioni. E’ evidente in Weyl la volontà di distinguere, nel processo complessivo di costruzione, elementi processuali di tipo non inventivo da elementi di tipo inventivo. Non è un caso che in una successiva pubblicazione Weyl si riferisse al processo logico come origine di definizioni combinatorie e a quello matematico come generatore di definizioni creative.
L'argomento in discussione non si esaurisce con quanto appena accennato, ma chiuderlo ora o prolungarlo indefinitamente, cambierebbe poco ai fini di quanto si vuole sviluppare. 

Se processi inventivi, intuitivi sono presenti in minore o maggior grado nelle teorie, processi più propriamente inferenziali sono presenti nelle opere di letteratura e nei processi della loro produzione.
E' indubbio che il romanziere debba porsi dei vincoli nella sua produzione e questo anche solo perché ci sono problemi generali di leggibilità, di comprensibilità, di trasmissione di quanto si espone che, imponendo vincoli, diminuiscono i gradi di libertà.
Se un romanziere introduce un personaggio e gli assegna degli attributi, ad esempio l'essere nato a Firenze, l'essere calvo, l'essere maschio, si assume degli impegni precisi che pongono vincoli nel successivo svolgimento della trama. Ovviamente non potrà successivamente dichiararlo abruzzese, dotarlo di ovaie o sottoporlo al taglio dei capelli. Di fatto lo svolgimento della trama o, che è lo stesso, le successive attribuzioni aumentano il numero di quel tipo di vincoli che impongono processi logici.
L'esporre teorie, le motivazioni psicologiche, le successive attribuzioni, le descrizioni, l’evolversi della trama ecc. inquadrano gli eventi in una rete concettuale (è la costruzione di un mondo) in cui si sviluppano le scelte. Poca importanza ha il fatto che quel mondo sia reale o fantastico, coerente o contraddittorio, che mostri la sua incomunicabilità, il suo ordine o il suo disordine; in ogni caso dovrà avere una sua logica che si costituisce contestualmente e che, col suo costituirsi, pone vincoli. Questo costituirsi diviene in generale la condizione stessa della sua comprensione e della sua comunicabilità. Una simile razionalità che riposa su connessioni che non obbligatoriamente obbediscono a principi quali la coerenza formale o il principio di non contraddizione ( che del resto non è neppure criterio obbligatorio per le teorie) devono, però basarsi su coerenze anche locali per poter fornire uno scenario di senso.

Nel Tractatus si parla della tautologia come dell'intelaiatura del mondo e, sempre della tautologia, come limite del senso. La tautologia sarebbe priva di senso, ma non insensata perché, se, da una parte, non dà informazioni perché contiene tutte le possibilità, dall'altra mostra l'uso dei segni. Le due affermazioni non sono contrastanti.
Wittgenstein ricorreva spesso al gioco degli scacchi per esemplificare le sue teorie. Se consideriamo il gioco degli scacchi come un mondo, allora le regole degli scacchi saranno le leggi di funzionamento di quel mondo. La legge del mondo sarà descritta dalla congiunzione delle proposizioni che descrivono tutte le possibili posizioni dei pezzi. Partendo dalla situazione iniziale, che ci dà la metrica della scacchiera e le posizioni di partenza di ciascun pezzo, si danno per la prima mossa sedici possibili configurazioni da ciascuna delle quali discendono successive ramificazioni.
Si comprende bene come la lunghissima tautologia che comprende tutte queste possibilità costituisca "l'armatura del mondo" degli scacchi e che un percorso lungo una diramazione della serie costituisca una partita in cui ad ogni mossa si pongano dei vincoli alle mosse successive. Una partita è, in sostanza un'avventura di quei "personaggi" che sono i pezzi degli scacchi; un'avventura che comprendiamo se conosciamo le regole del gioco.
Ma si può dire di più: in certi tipi di mondi a concettualità lineare e finita, i concetti di senso, significato, verità, nascono subordinati e giustificati entro una tautologia o se si vuole entro quelle regole nelle cui ramificazioni hanno un loro posto o un loro percorso, che costituiscono appunto il loro senso.
In questi casi la tautologia descrittiva di tutte le possibilità, "l'armatura del mondo" costituisce il contesto di condizioni di comunicabilità di un'opera in quanto descrivono il mondo di quell'opera e la informano. Che il rigido mondo degli scacchi possa essere il contesto di comunicabilità di un'opera letteraria può far rabbrividire un artista, ma la proposta è meno scandalosa di quanto appaia a prima vista considerando, in primo luogo, che ha un valore di sola analogia con un mondo finito, dominabile e completamente conosciuto e, secondo, che si riferisce al solo contesto di razionalità che consente la comunicazione dell’opera stessa. In ogni caso la presenza di informazioni, e vincoli come presupposti di formazione di un contesto di comunicabilità in un'opera letteraria ci mostra una sua superficiale parentela con le teorie.
Nei romanzi filosofici, nei romanzi logici, matematici, fisici, come nei romanzi degli individui, delle note musicali, dei sentimenti sono presenti contesti organizzati di coerenza obbligata che sono le condizioni di significanza per cui elementi d'intuizione possono manifestarsi, anche se sarebbe meglio parlare, meno impegnativamente, di vincoli e gradi di libertà. Del resto, almeno in riferimento al romanzo linguistico vero e proprio, la necessità di esprimersi, di comunicare con un linguaggio informativo, categoriale non può che generare questa situazione.

A questo punto, ma solo in apparenza, si ha l'impressione di essere ancora al punto di partenza, di non sapere come "il romanzo" ci parli del mondo e di non sapere analizzare come avvenga questa apertura verso il mondo. Pare che anche il romanzo non possa fare a meno di utilizzare il linguaggio "informatico", quello della generalizzazione, quello dell'assimilazione e della perdita, per illustrare ciò che non è né modello né informazione. Si ha l'impressione che ciò che si perde, quella "perdita" che è intrinseca al funzionamento del linguaggio informativo, sia proprio ciò che si vuole spiegare e che, quindi, si debba rivoluzionare proprio la strategia di affrontare il problema. Se pensare non è seguire il tracciato di teorie allora bisogna pensare "diversamente".
In realtà questa un'impressione di confusione e solo un’impressione. Il messaggio poetico deve essere compreso e ha bisogno di un contesto di comprensibilità. Questa è l’unica porta aperta per comunicare se stesso. E’ quindi strategia obbligata, necessaria e naturale dell’opera utilizzare le armi dell'avversario per costruire il proprio messaggio all’interno di un contesto di significato che lo renda accessibile. Un'arma, il linguaggio, che viene manipolato, stirato, differenziato, che può esprimersi, ad esempio, col comico, col grottesco, con la satira, con l’esagerazione, con l’iperbole, nelle forme del poema in metri, in prosa, in rima, realizzando, così, una resistenza permanente senza dichiararla tale, ma aprendo un accesso diverso al mondo; accesso che non può non essere in alcuna maniera né nominato né mostrato, ma solo messo in luce e reso visibile se non si vuole che venga contaminato col risultato di aggiungere ambiguità ad un messaggio di per sé plurimo. Questo non vuol dire che l’arma dell’avversario, l’informazione, il linguaggio informatico, il contesto logico di significato non possano essere utilizzati. Di fatto è necessario utilizzarli per costruire appunto quella visibilità così come per mostrare un paesaggio da una camera cieca è necessario costruire una finestra per rendere visibile ciò che costruzione e finestra non è.
In ogni caso emerge una conclusione e questa conclusione è attinente alle opposizioni particolare/universale, varietà/omogeneità, ecc. che sembrano il punto cruciale di divaricazione fra romanzi e teorie.  
I romanzi ci mostrano le varietà, l'esistenza dell'inautenticità; inscenano rappresentazioni con presenze refrattarie ad ogni di assimilazione, non perché non siano assimilate ma perché sono quelle che sono. Ci mostrano che l'uomo non è l'uomo autentico né lo può, né lo deve essere; ce lo mostrano con le narrazioni, con la rappresentazione dei suoi oggetti, delle sue posizioni, dei suoi sentimenti. Non ce lo mostrano come una bandiera "contro", ma con l'indifferenza dell'"altro che è se stesso" e basta; come un'ancestrale memoria di riconferma e di compensazione che s'insinua sotto forma di bagliori di realtà all'interno dell'omologazione dei paradigmi vincenti. 
Il “romanzo” è un'inesauribile avvertenza a non soggiacere alle teorie oltre i loro limiti d'utilizzo e, in particolare, è una sempre rinnovata opera di resistenza verso le tendenze totalitarie e onnicomprensive delle teorie e del teorizzare. Le narrazioni riguardano sentimenti, immagini, uomini; riguardano individui nella loro singolarità, non assimilabile a universali. Protagonista non la è la specie uomo, come nei romanzi filosofici, protagonista non è l'uomo di atomi e molecole della fisica, ma l'uomo nella sua individuale personalità irriducibile. È incredibile come si possa dimenticare che l'uomo non coincide con nessun ideale, come possa amare la ribellione, ma anche la sottomissione o la servitù, come possa venire considerato spregevole o abominevole all’interno di un qualsiasi paradigma morale eppure esistere come uomo.
La letteratura non ci fornisce conoscenze perché è inconfutabile e non parla il linguaggio d'informazione, eppure ci mostra, nel suo agire, la conoscenza nella forma individuale e questo è quanto più vicino non alla verità, ma all’impedire che noi ci si allontani, da una verità che, anche se provvisoria, è assolutamente esistente.
Non il ritrovamento di una realtà precategoriale, ma una messa in mostra che la scienza totale non esiste, che la varietà non può essere informata, che una teoria dell'uomo come uniformità è una sofferenza. Il romanzo è la malattia della teoria nel suo farsi teoria.
Il mondo delle teorie o delle filosofie antitotalitarie e deboli si esprime nella forma: "Ogni omologazione è insensata", " L'uomo è irriducibile" ecc., ma tutto ciò è molto diverso dall'agire della letteratura. La letteratura intuisce individui. La letteratura non è l'avvocato difensore che pronuncia arringhe, che porta argomenti di verità, che propone confutazioni, ma è piuttosto l’attività di trovare dei testimoni in opposizione e di farli parlare e agire, senza instaurare un processo e senza portarli al banco dei testimoni.
La letteratura non contesta con confutazioni teoricamente argomentative, il che le sarebbe impossibile, ma manifesta il suo esistere e la sua funzione mediante la continua presentazione di individui che, omologati o non omologati, ribelli o conformisti, nel loro agire sono sempre e in ogni caso individui e, come tali, testimonianze di irriducibilità.
Così la letteratura si presenta come testimonianza, ritrovamento e invenzione, in opposizione a tutte le omologazioni teoriche, a tutte le teorie totalitarie e a tutti i profeti dell'individuo predicato, dell'individuo teorizzato, dell'individuo connesso e in particolare di quell'individuo il cui predicato è "autentico", opponendo il diritto, la presenza, la singolarità dell'essere inautentico, quindi, non solo il diritto di "non-essere-per-la- morte" del profeta Heidegger, il diritto di essere o non essere l’omologato marxista, l’eroe o l’antieroe, l’impegnato o il disimpegnato ma anche quello di essere servo, di occupare felicemente una propria nicchia sociale o di patirla, il diritto di essere subordinato o rivoluzionario, di essere debole o forte, coraggioso o pauroso, di rifiutare ogni redenzione egualitaria, di affaticarsi o non affaticarsi a comprendere il mondo sotto una qualsiasi specie o categoria, il diritto di essere singolarmente o unitamente tutto e il contrario di tutto .
Non esiste l'uomo "autentico" né come omologazione ad autenticità né come progetto ideologico cui l'uomo debba conformarsi. La letteratura è conoscenza proprio nel suo presentare individui che, nel mostrare il proprio vivere nel mondo, invocano e sono la legittimità irriducibile del proprio presentarsi così, nella loro singolarità non giudicabile e non assimilabile.

Non avviene a caso che i regimi totalitari siano persecutori dell’attività “letteraria”. Là dove incarnano l’aspirazione alla completa decidibilità e compromissione essi non consentono posizioni di innocenza in porto franco. Non fa quasi differenza che l’autore sia un oppositore o un disimpegnato. Un disimpegnato è comunque un nemico, una lirica d’amore è comunque una testimonianza di non conformità alla verità, un’anomalia pericolosa. E’ del tutto indifferente che gli imputati siano romanzi politicamente neutrali, perché il nemico, presentandosi in quella neutralità non argomentante, presenta individui inautentici, quale, ad esempio, il disimpegnato sociale e il privato sentimentale.
Evtushenko e Pasternàk, ecc. furono perseguitati perché scrivevano poesie d’amore, disimpegnate. Significativo il destino del primo costretto all’autocritica e spedito presso le miniere affinché vedesse e toccasse con mano il vero uomo socialista, impegnato nella costruzione della nuova società e del nuovo uomo. Da questa esperienza il poeta doveva trovare redenzione e le nuove poesie con i nuovi eroi come soggetti sarebbero sgorgate da un cuore non più malato. Se non era la miniera era il manicomio l’ulteriore rimedio prima dell’internamento. Non solo l’oppositore ma anche l’individualista dovevano essere malati mentali. Non poteva essere diversamente se non si voleva negare in primo luogo la verità della teoria e sabotare in secondo luogo l’edificazione dell’uomo nuovo. “Arte Degenerata” fu chiamata sia nella Germania nazista sia nella Russia comunista l’arte d’avanguardia.
Quando si dimenticano limiti e natura del teorizzare, l’operare assume caratteri violenti di omologazione ed è contro questo tipo di operazione e contro i suoi profeti che avviene il dissenso delle invenzioni letterarie. Non una reagire a questa o quella teoria, (anche se ciò potrebbe accadere), ma un rappresentare individui non adeguati, irriducibili, stranieri a questa o quella teoria; "impossibili" per quella teoria; e ciò nonostante, incontestabilmente uomini.
In realtà ciò che si voleva colpire era l’idea dell’arte per l’arte, ciò che si voleva era l’arte omologata, edificatoria e asservita. In Italia la persecuzione non poté materialmente attuarsi, ma ugualmente un tentativo da parte della cultura marxista di linciaggio moral-culturale della letteratura non allineata ci fu ed ebbe successo. La polemica dell’arte impegnata dove quel ‘socialmente impegnata’ era inteso in una ben precisa direzione, fu in fondo una delle vie con cui l’egemonia venne attuata. E’ certamente vero che allora la classe operaia era sfruttata ma è pur vero che qualsiasi pressione intellettuale o fisica sugli autori affinché la loro produzione sia omologata a un fine, nobile o ignobile, è in ogni caso ignobile. 

A questo punto si può ritornare al problema delle discipline umanistiche come portatrici di messaggi di compensazione in opposizioni alle teorie.
Appare chiaro che il termine “discipline umanistiche” o quello di “scienze dello spirito” non deve confondere un quadro già di per sé ambiguo.  Si è visto come questo loro essere portatrici di compensazione, di opposizione, di verità venga individuato nella natura del loro oggetto, che è in ogni caso l’uomo nella società e nella storia, nella loro natura di scienze dello spirito diverse rispetto alle altre scienze per metodi, esperienze, condizioni e oggetti, in una loro narratività e/o in una loro apertura a una pluralità di significati.
Le domande che ci si deve porre sono proprio relative a queste differenze. Esistono veramente? Se esistono sono tali da costituire differenze strutturali con le altre scienze? In quel loro essere aperte a una pluralità di significati sono ancora teorie o sono romanzi?
E’ indubbio che là dove si presentano e agiscono nella presunzione di essere teorie, la dove aspirano ai pregi formali delle teorie, (quali completezza, decidibilità, ecc.), lungi dal compensare, sono portatrici del massimo pericolo intrinseco dell’attività teorizzante. A nulla vale il travisamento ”umanistico”, che, anzi, di quel pericolo costituisce l’esasperazione. Il quadro è poi contingentemente aggravato da quel ”disperato tentativo delle scienze sociali e psicologiche di imitare i tratti superficiali della scienza che hanno veramente un significativo contenuto intellettuale”[ii]  Un’imitazione che spesso conduce a calcoli dove le ipotesi divengono fatti e sui fatti poggiano quelle conclusioni che divengono prescrizioni di univocità di comportamenti.
D’altra parte questa univocità è stata in altre sedi riconosciuta come l’alieno oppositore della funzione delle scienze dello spirito e, a essa, è stata opposta l’ambiguità della multivocità, con l’ovvia rinuncia da parte delle scienze dello spirito di essere “scienze”. L’univocità interpretativa diviene allora non un obiettivo da perseguire, ma una tentazione da evitare. E’ chiaro che a questo punto il discorso ermeneutico s’intreccia con quel “pensare nient’affatto computerizzabile” di cui parla diffusamente con tanta convinzione, con tanta semplicità e con tanta chiarezza la Arendt nella sua vita della mente[iii].
Con la multivocità, su cui, in questa sede, sarebbe fuorviante cercare approfondimenti, entriamo nella narrazione e nella letteratura. Ma accanto alle considerazioni sopra esposte e solo in parte in coerenza con esse, devono essere proposte alcune considerazioni.

Compriamo un vecchio calamaio al mercato delle pulci e lo esponiamo quasi fosse un’opera d’arte. Quel calamaio ci emoziona ci tranquillizza, ci fa sognare, ci attrae. Guardiamo monumenti del passato e c’emozioniamo come il calamaio.
Conservare edifici storici, conservare il calamaio, leggere la narrazione della storia, sono tutte operazioni rassicuranti e svolgono opera di compensazione. Ma la storia, il calamaio, il monumento, il quadro, non ci danno forse informazioni? Non possiedono in un qualche grado le caratteristiche delle teorie? Certamente danno informazioni, ma non là dove non si connettono secondo teorie. Questo non vuol dire però che si situino in un mondo tutto loro separato dal mondo della vita in cui si vive e si sopravvive di teorie con la stessa cadenza con cui si respira.
Il potere evocativo e tranquillizzante degli oggetti del passato, il desiderio che ci trasmettono di conservazione non possono appartenere alle teorie, ma non possono neppure essere aliene totalmente alle teorie visto che l’abito offerto ai nostri sensi appartiene a quell’arredo di casa simbolica che, come le teorie che usiamo, ci aiutano a vivere la vita.
Davanti al calamaio noi ci emozioniamo solo se sappiamo che è un calamaio, se sappiamo a cosa serviva e qual era il suo uso nel vivere dei nostri antenati. Davanti a un pezzo di legno del passato per noi senza forma e di cui ignoriamo l’uso non abbiamo la stessa reazione. E’ necessario perché nasca l’emozione che si riconosca la forma e, con la forma, l’uso. Fosse pure quest’uso di pura esposizione. Lo stesso accade davanti a un edificio di altre epoche anche se di nessun valore artistico. Ci emozioniamo sempre, se lo riconosciamo come tale, perché riconoscendolo, ne vediamo l’uso.
Sono reliquie, tracce, filigrane di un vivere passato, sono testimonianze di paradigmi, di abitudini, di case simboliche ora sostituite, ma che costituivano la casa simbolica dei nostri antenati e che tali sono ancora come memoria.
Il cambiamento veloce di abitudini, di teorie, di stili di vita, di case simboliche, la non padronanza di questi cambiamenti fanno sì che i singoli soggetti (che non coincidono con i singoli individui) non siano i padroni delle scelte di cambiamento, fanno sì che neppure conoscano le opzioni e le teorie opzionate. Non sono quindi loro i soggetti che, per usare la terminologia di Ramsey, adottano o rifiutano quelle teorie che vanno a alterare, modificare, sostituire le loro case simboliche.
Questa sorta di cambiamento imposto, in cui le stesse teorie paiono assumere i connotati del soggetto agente, e verso le quali si è creata una sorta di fiducia e di delega più o meno forte, più o meno cosciente che costituisce in se stessa a tutti gli effetti un'abitudine, una teoria vincente, crea comunque un disagio forte. Una parziale estraneità alla propria casa che abbiamo teorizzato e accettato come sicura in quel suo mutare secondo paradigmi accettati per eredità, ma in cui non ci riconosciamo che in parte e della quali vorremmo vedere la solidità delle fondazioni e essere certi che gli architetti non siano giocolieri e funamboli.
Vedere, capire un cambiamento è anche un vedere il passato su cui poggia e da cui deriva. Vedere il passato è comunque accertarsi che quel passato esiste, è un vedere l’altro estremo del ponte che ci ha fatto approdare alla nuova sponda. Ecco che anche un oggetto con le sue anticipazioni di connessioni diventa simbolo di reti entro cui si attuavano i significati di vite passate.
Ecco che l’oggetto calamaio, la storia, la sociologia, i monumenti partecipano tutti a quell’opera di trasmissione di fiducia e di sicurezza. Creano ed evocano nicchie di memoria che rappresentano quelle “case sicure” che conoscevamo e che avevamo ( noi o i nostri progenitori) abitato e imparato a usare; case che poi sono state abbandonate, cambiate, sostituite da altre che comunque da quelle derivano strutture e sicurezze. Siamo quindi in presenza di ponti, connessioni, illuminazione, tracce e filigrane di fondamento, unite anche a sentimenti di commozione e di rimpianto per mondi che appaiono più semplici e comprensibili e che gettano la loro trama di comprensibilità e sicurezza tra i tramontati sistemi di orientamento di ieri e quelli di oggi, rafforzando e confermando in questi ultimi il senso di sistemi d’orientamento.
Anche un oggetto[iv] è un pezzo di mondo, ma è soprattutto un significato, inserito in una rete di altri significati, che vengono trascinati. Un significato che esiste come tale solo in un mondo stratificato di teorie da cui ha ricevuto il significato. Questa capacità non è altro che la riconferma che oggetti e significati, sono e significano solo nel e dal mondo di teorie che li ha creati.
Se quella del ponte fra teorie, sistemi d’orientamento e case simboliche è una delle funzioni delle teorie umane, della storia degli oggetti del passato ecc., questa funzione compensatrice e di “fondamento” è, in gran parte di altro tipo rispetto a quella svolta dalle opere d’arte, dai romanzi e dalle poesie. Apparentata alle teorie, al loro realizzarsi, al loro accadere, al loro raccordarsi la prima di netta opposizione le seconde, anche se in apparenza in entrambe le funzioni sono presenti individui evocatori e funzioni di compensazioni.

Le teorie sono sistemi di riferimento che si appoggiano sempre a “oggetti” fissi. Questi oggetti costituiscono le testimonianze degli stessi sistemi di teorie. Quando questi sistemi in cui abbiamo vissuto in sicurezza, vengono eliminati, anche i loro oggetti ci vengono sottratti per essere sostituiti con aggetti alieni, che lungi dal costituire punti di appoggio per edificare la nostra sicurezza personale sono essi stessi minacciosi. L'operare delle procedure esige sincronismi nuovi con nuovi vincoli a orari e permanenze in luoghi, in comunità di lavoro, di convivenza che offendono i vecchi mondi "sicuri".
Queste perdite creano sentimenti generatori d'instabilità, di disorientamento, d’angoscia e di disagio che richiedono riequilibro e compensazione.
Sembra che non si possa resistere alla pressione volta a costruire teorie globali, completamente decidibili, non solo contrabbandando in campo teorico simulacri di umanità per "l'umanità", ma agendo anche, nel  "pratico".



[i] Vedi in particolare le teorie idealiste di B. Croce

[ii]N. Chomsky in American Power and the New Mandarins, New York 1966

[iii]La Arendt non fu certo la prima a impostare in questo senso il discorso del “pensare”, che anzi non disconobbe mai di aver imparato a “pensare” e quindi a riflettere sul pensare dal suo maestro Heidegger. Ma la Arendt seppe evitare il discorso involuto, criptico (spesso inutilmente criptico), l’infarcimento di oscurità e di bagliori. Se una discorso può essere svolto con semplicità entro l’orizzonte culturale del linguaggio comune, così va fatto.

[iv]  Sembra un po’ frettoloso il discorso di G. Dorfless in proposito: “E’ altrettanto noto come non solo l’autentico stile art nouveau, ma addirittura tutta la paccottiglia scoperta nei solai di qualche nonno, o bisnonno, fino a ieri data in pasto ai tarli, oggi venga man mano rivalutata e acquisti anche un valore commerciale non indifferente. Si tratta in questo caso, il più delle volte di moda o di campo la cui durata sarà probabilmente quanto mai effimera.”Le oscillazioni del gusto, Einaudi, p.56

 

 

Sito web gratis da Beepworld
 
L'autore di questa pagina è responsabile per il contenuto in modo esclusivo!
Per contattarlo utilizza questo form!