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Pensatori citati:  H- Maturana, F. G. Varela, E. Cassirer, O. Spengler. 

 

 Ezio Saia

Organismi e società      

Accettando per il concetto di organismo la definizione di Maturana e Varela di sistema strutturale chiuso che conserva la chiusura, osserviamo l’esistenza di una grande varietà di organismi che si manifesta come varietà di modalità di essere organismo e che può essere classificata secondo un criterio di mobilità degli organi.
Per mobilità s’intende la capacità degli organi di spostarsi spazialmente, di mutare le proprie funzioni fino ad assumere quelle di un altro organo, di mutare degli organi stessi nel tempo e nella storia con emersione di nuovi funzioni, di nuovi organi, di estinzioni di vecchie funzioni ormai inutili.
Esistono così l’organismo ‘corpo umano’ e l’organismo corpo sociale complessivo, con caratteristiche ben diverse fra loro. Un fegato all’interno del corpo umano svolge sempre la funzione del fegato, può essere più o meno attivo, più o meno efficace nello svolgimento delle sue funzioni ma nel mutare della sua efficacia funzionale non assumerà mai le funzioni del pancreas, dello stomaco o della vista mentre gli organi all’interno dell’organismo sociale dimostrano una mobilità ben maggiore; un individuo può in tempi diversi e organizzazioni diverse assumere le funzioni di operaio, di impiegato, di dirigente o inserirsi in un’altra ditta entrando in un altro sistema di gerarchie per svolgere all’incirca le stesse funzioni o funzioni totalmente diverse.
Ma la società è un gruppo enorme per grandezza, articolazioni tipi di chiusure, tipi di funzioni. Esistono la funzione lavoro, la funzione politica, la funzione religiosa, quella famigliare quella associativa in gruppi più piccoli, più o meno articolati, con finalità più o meno definite, con vincoli più o meno impegnativi.
Il grado di organicità di un organismo sarà quindi definito dalla capacità degli organi di mantenersi tali e di funzionare come tali. Questo ci permette di stabilire una graduatoria che parte dalla semplice macchina retroazionata digitale o analogica, al corpo umano o animale; ai gruppi di individui interagenti e collaborativi come le api e le formiche, a quelli di canidi, di scimmie e infine ai gruppi umani. Gruppi che possiamo comprendere sotto il generico termine di società che si esprimono secondo una varietà di legami associativi quali le famiglie, i gruppi politici, quelli religiosi, l’esercito, le associazioni, la collaborazione sul lavoro, le nazioni ecc.
Diremo che la molteplicità contemporanea di identità, che la molteplicità di ripetizioni di identità nel tempo (padre, lavoratore, cittadino ecc.), che la molteplicità di cambiamenti per cui un impiegato della ditta A diventa impiegato della ditta B o cambia totalmente lavoro o si mette in proprio o divorzia o cambia idea e partito, o programmi ecc. realizzando così cambi di identità, di funzione, di organo, caratterizza la società umana come organismo del tutto particolare; un organismo i cui organi, gli individui sono connessi fra loro e con l’organismo con legami a tassi di costrizione così bassi da permettere grande mobilità e grande libertà in cui le funzioni-organo, inserite in una molteplicità di scale gerarchiche, sono oggetto di conquista.Non che la società o particolari gruppi non possano istituire forti identità di gruppo. Significativo è come esempio l’esercito, dove sono evidenti le contiguità con l’organismo dei gruppi api o formiche. Significativo perché mette in evidenza una fondamentale caratteristica della società umana ossia la possibilità di rafforzare, irrigidire o allentare i legami. Anche in funzione del tipo di comunicazione utilizzato. Una comunicazione che può essere violenta, che può combinare i toni minacciosi e sinistri del linguaggio con la promessa e l’esecuzione di castighi o premi e dimostrarsi così tanto costrittiva quanto quella della società delle formiche, più costrittiva e feroce di quella dell’esercito.

Il vero interno

Con il prevalere della comunicazione verbale, gli individui dell’organismo sono liberi, mobili e dotati di organi di senso che li connettono all’esterno, mediante i quali possono vedere, percepire, interpretare i loro simili in un accoppiamento sempre problematico, critico perché accessibile non è l’anima, intesa come interno vero, ma l’esterno-interfaccia più o meno seducente, più o meno terribile, simulatore, ingannatore e comunque capace di modificare la sua apparenza per simulare e nascondere il suo interno che gli altri comunque cercano di conoscere nella sua verità perché da una tale conoscenza possono trarre vantaggi. Un comportamento, come vedremo, determinante sia per il sopravvenire della capacità di produrre teorie, sia per il condizionare verso il ‘bello’ le narrazioni.
Il legame di accoppiamento fra gli umani, nelle società più evolute, non è chimico, non è necessitante, non vincola gli individui ad essere organi permanenti, prevede uno spazio libero fra me e te, fra me e gli altri. Anche quelle delle api e delle formiche avviene in uno spazio di distanze, anche le formiche e le api sono individui mobili che aumentano o diminuiscono le distanze ma l’accoppiamento primario, la trofallassi, prevede uno scambio di cibi che determina il futuro dell’individuo formica come regina, come operaia, come soldato, trasformando così gli individui in organi a funzione fissa dell’organismo sociale.
Per gli umani quella stessa distanza può variare su decisione dei singoli, è uno spazio attraverso il quale non si intrecciano legami deterministici come la trofallassi, ma accoppiamenti sensoriali e di linguaggi, che vengono in genere, erroneamente, ricompresi tutti sotto il termine ‘linguaggi’: linguaggi del corpo, del comportamento, della modulazione della voce. Fonemi, simboli, segni; una comunicazione non deterministica, che può assumere le forme della descrizione, dell’insegnamento, dell’avviso, del rimprovero, del comando, della simulazione, del falso e che si sostanzializza e si significa complessivamente in ciò che, altrettanto complessivamente chiamiamo cultura; quella cultura che già nelle tribù di cacciatori e raccoglitori s’esprimeva nelle tecniche di caccia, nella divisione del cibo, nella raccolta di frutti e radici, nella custodia, cura e protezione degli appartenenti al gruppo, nell’educazione, nell’insegnamento delle pratiche per portare a buon termine le operazioni di sopravvivenza, nella divisione dei compiti con creazione di funzioni di organi virtuali, di gerarchie ecc. che comprendono pratiche di convivenza e collaborazione alla sopravvivenza ma anche, come vedremo, operazioni totalmente al di fuori di questo significato primario.
La libertà di irrigidire o liberalizzare fa si che l’organismo sociale si differenzi anche in funzione del grado di rigidità. L’esercito è un classico esempio di organismo interno la cui l’estrema rigidità funzionale interna caratterizza la condizione attraverso cui realizzano le sue funzioni. I legami fra i singoli che formano l’esercito non sono certo chimici ma il meccanismo di obbedienza-disobbedienza-premio-castigo è così rigido e ampio che finisce per essere ad alto grado di necessità causale.
In generale la società umana organizza se stessa e i sottogruppi con un sistema di divieti, restrizioni, obblighi, libertà e doveri attuati nell’ambito del politico in quelle varie forme di culture e legalità il cui compito è di restringere le libertà anarchico-disorganiche e rafforzare le possibilità di muoversi in gruppi e sottogruppi che agiscono secondo organizzazioni.
Divieti e restrizioni non sono solo organizzati per realizzarsi nella forma di un sistema di leggi e pene per chi non obbedisce alla legge. Se voglio proibire alle automobili di percorre un tratto di strada posso emettere una legge che vieta l’ingresso, con cartelli e avvisi che annunciano il divieto e la pena ma posso anche innalzare un muro eliminando, con l’impossibilità di delinquere anche la possibilità del delitto quindi della pena. La politica della repressione del crimine non si realizza solo col sistema giuridico inteso come insieme di leggi per la repressione del crimine ma anche con azioni che impediscono fisicamente il crimine. Una politica molto più estesa di quanto si pensi. La prigione è una cella chiusa da cui è impossibile uscire, non una legge che ti dice se esci verrai processato e punito. La ritenuta delle tasse alla fonte per i lavoratori dipendenti è un altro esempio. Al dipendente non viene offerta l’opzione fra pagare le tasse (e ubbidire alla legge) e non pagare (e disubbidire), rischiando le pene connesse. Se non c’è scelta non c’è libertà, responsabilità, moralità. Non c’è nulla di morale nel dipendente che paga le tasse semplicemente perché non è libero di non pagarle. La nostra società si organizza in parte col diritto in parte con costrizioni simili alla trofallassi.

 

Il destino di dominio

L’uomo è sopravvissuto nell’evolversi selettivo come organizzazione che configura un fine di sopravvivenza attuato come dominio e conquista.[1] Un domino e una conquista che non possono che attuarsi se non come assimilazione, perché questo e null’altro è il dominio. Non è sopravvissuto il singolo uomo mortale ma l’Essere-organismo-uomo configurandosi come sopravvivente immortale e dominatore sulla morte dei singoli. Questo dominio, questa omologazione, questa assimilazione è la caratteristica dominante della cultura della sopravvivenza che ci nutre come Dna e come cultura. Un Essere immortale che si determina al di sopra delle nostre morti, delle variazioni genetiche e caratteriali, un essere cieco, ottuso, privo di senso che ci vive quando colonizziamo il bosco e il prato e ce lo assimiliamo a orto, un Essere universale, destinalmente immortale che ci seleziona al linguaggio d’informazione e si configura come essere informatico che assimila il mondo e, col mondo, noi, e con noi, quel linguaggio-mondo di nomi e delle proposizioni assimilato al mondo-linguaggio delle cose e dei fatti.
Ma il senso non proviene dall’essere immortale che procede nella sua acefala, cieca, opaca e ottusa determinazione, ma dalla sua propaggine malata e mortale sulle cui morti e sofferenze l’Essere ha determinato un destino. Noi singoli esseri, individui in perpetua fuga-ritorno dall’Essere immortale, in distinzione-simbiosi con lui, nell’impossibilità di sfuggire a un destino comune, perché noi singoli mortali siamo lui in quanto ottuso, violento, dominatore Essere immortale che ci vive e da cui, recalcitranti, siamo vissuti. Lo siamo come Giani bifronti, intrinsecamente duplici, intrinsecamente schizofrenici.
Dobbiamo uscire dallo schizzinoso intellettuale: sulle morti e sul sangue s’è determinato il destino dell’Essere destinale: questa organizzazione si è formata e conservata sulla morte di innumerevoli singoli individui che da questa deviavano verso configurazioni più deboli e perdenti.
Dobbiamo vedere al di là della metafora scritta e culturale. Dobbiamo vederla come modalità di vivere da assegnare ad un passato in cui si è disegnata questa organizzazione e questo destino.

Interazione come Cultura

L’ambiente non determina la struttura, la chiusura, lo stato del sistema ciberneticamente chiuso ma è questo a reagire adattando la sua conformazione e costruendo la sua storia. Riconoscendo o non riconoscendo, accettando rifiutando; il tutto in conformità alle possibilità d’adattamento della sua organizzazione. 
L’organismo subisce gli stimoli dell’ambiente ma i suoi mutamenti non sono causati da questi. L’organizzazione del sistema viene conservata di fronte agli stimoli percepiti. L’autonomia del sistema si definisce quindi come strutturale capacità di conservare la chiusura dell’organizzazione e la sua invarianza.
Un’interazione che è comunque sempre impregnata di cultura. Anche un accoppiamento sessuale, non si riduce certo al puro fatto fisico ma si porta dietro un insieme di regole, di tabù, di corteggiamenti, di fantasie, di brutalità di gioco, di dominio ecc. di matrice culturale e sociale. Anche in questo come in tutti gli altri accoppiamenti di discussione, di lite, di collaborazione in casa, sul lavoro, di comandi ecc. la cultura risulta essere il sangue, la linfa della coesione-collaborazione-convivenza in comunità.[2]
Quella linfa, quel sangue indispensabile per premere a trasformare l’uomo in un uomo bifronte e la comunità in un organismo ciberneticamente chiuso, che, sua volta, contribuisce alla chiusura dell’organismo uomo fra altri uomini, che agiscono, colonizzano e si interfacciano col mondo, colonizzandolo ed essendone colonizzati. All’interno del paradigma verticale dell’agire e del patire, del soggetto agente e del mondo agito, l’uomo agisce sul mondo e lo adatta a sé, ma le cose cambiano radicalmente se si muta punto di vista (paradigma) e si considera il sistema-accoppiamento uomo-mondo in cui l’uomo sopravvivente viene selezionato dalla pressione selettiva. Sotto questo punto di vista, in questa prospettiva, l’uomo sopravvive se agisce come adatto a mutare il mondo e se stesso per conservare se stesso. In realtà l’uomo, che trasforma un bosco in orto o che costruisce i suoi abiti per proteggersi dal freddo, agisce sempre mutando se stesso e l’ambiente al fine di preservare in vita se stesso. I prodotti della sua azione sono finalizzati e funzionali a mutare se stesso che viaggia nella vita e nell’ambiente con i suoi strumenti, con le sue idee, con il suo ambiente; lui non trasforma il bosco in orto agendo sul mondo in maniera diversa che producendo i suoi abiti. L’uomo è la sua capacità di produrre gli abiti e coltivare l’orto che porta con sé come se fossero parte del suo essere e vivere.
Del resto anche nell’interazione uomo-vivente con altri uomini, la cui linfa unificante è il sistema di interfacce di cui fa parte il linguaggio, l’articolazione del linguaggio in ‘nomi’ e ‘proposizioni’ è andata convergendo col ‘mondo’ delle ‘cose’ e dei ‘fatti’. Sistema mondo e sistema linguaggio, convergendo, si sono portati verso una corrispondenza strutturale in cui le articolazioni del linguaggio in termini di nomi e proposizioni, vengono a corrispondere alle articolazioni del mondo in termini di oggetti e fatti. Ma non è il mondo a convergere e ad articolarsi. E’ l’uomo a operare e a continuare a operare comunicando con altri uomini e parlando di sé e di quel ‘non sé’ che chiamiamo mondo ad articolare sia il linguaggio che il mondo portando con sé questa organizzazione.
L’uomo è un assimilatore del mondo, il suo conquistatore violento in un’opera di conquista che lo ha portato in ogni sua parte operando su se stesso con opere come i rifugi, la casa. gli abiti, l’organizzazione sociale e culturale.[3]
Tutto il suo operare può essere definito cultura. La cultura è quindi l’operare conservando la sopravvivenza, una sopravvivenza che è chiusura, che è organizzazione, che è conquista e, come detto in altra sede,[4] perdita del mondo che è anche continuamente trasformazione e perdita di sé stesso come vivente mortale.
In questo agire si riconosce sia l’uomo che pone se stesso come vivente-organizzazione unito culturalmente con gli altri viventi e collaboranti come io-società attiva che pone il non io come mondo conquistato e trasformato.
Centrale è quindi la cultura come arma che realizza l’organizzazione e la muta per conservarla e continuare la conquista vincente.
La cultura, quindi, come arma vincente. Non nel senso con cui viene citata dagli intellettuali ma la più vasta opera che sopravviene come organizzazione e linfa vitale dell’organismo società umana. Vivere come organismo in comunità organizzata con altri organismi è produrre, riprodurre, cultura. E’ conoscere, trasmettere interagire inventando il linguaggio come autocomportamento, discutere e dire “E’ così!”, “Non è così”. E’ produrre membri del gruppo viventi e acculturati, che acculturano altri cittadini e, così facendo li mantengono come attivi viventi cittadini in un ciclo continuo di retroazione in cui gli individui producono sia il gruppo che la cultura che lo mantiene in vita e a sua volta il gruppo istruisce, accultura i cittadini come esseri viventi e acculturati per collaborare e interagire in gruppo, un incessante agire e retroagire culturalmente in gruppo che ha permesso di superare in vita le pressioni selettive, di mantenersi in vita come gruppo e come individui singoli collaboranti a formare l’organismo la cui linfa vitale è la cultura funzionale all’organismo società.
La cultura dunque come linfa vitale, sangue, nutrimento, unificazione e chiusura.
Gli uomini producono conoscenze, tradizioni, istituzioni, leggi, moralità, diritto, modalità di caccia di coltivazione, di aggregazione, di studio e gli uomini ricevono come insegnamento disseminato quelle stesse conoscenze da cui si origineranno nuove conoscenza in un processo di insegnamento, di apprendimento e concrescenza continua. La società è un sistema chiuso i suoi soggetti attivi sono individui e raggruppamenti d’individui. Ciascun soggetto è in comunicazione culturale con vari mezzi con altri soggetti ai quali mostra la sua apparenza esterna di organismo culturale che comunica. Tutto è cultura e comunicazione. Comunichiamo chimicamente, comunichiamo con gli atteggiamenti, con il lavoro, con l’insegnamento con l’amministrazione della cosa pubblica con la giustizia, con il linguaggio, coi vari sistemi informativi, con l’esibizione del nostro apparire, coi premi e coi castighi ecc. Nella società, nella famiglia, sul lavoro, la comunicazione è continua.

Cultura

Il senso della cultura

 

 

 
 

 

 

 


 

 

Gli schemi delle due figure riassumono la tesi del saggio. La prima ci dice che la cultura è linfa vitale, una linfa che aggrega gli individui dell’organismo società cercando di mutare la struttura al mutare delle situazioni e  conservando l’organizzazione ossia il suo stato di organismo. In quanto tale essa si realizza come politica ossia azione e cultura di aggregazione, lungo le vie tracciate dal cieco procedere dell’Essere destinalmente immortale.
La seconda, sempre schematicamente, identifica nel Modello e nel Romanzo le forme realizzate della cultura. Tutto è modello (conoscenza ) o romanzo (presentazione), che addivengono come forme storiche emergendo dal mare di forme più generali e ad alto grado di libertà dei vari linguaggi, sistemi di conteggio, sistemi informativo, simulazioni, raffigurazioni, analogie, metafore ecc.
Ciò che segue immediatamente è un commento. Successivamente si parla del Politico e dell’emanciparsi delle forme dal politico, per arrivare infine ai modelli. 

Ma cos’è veramente la cultura, questa linfa vitale, questo sangue dell’organismo società? Di solito è contrapposto a natura, ma esiste un confine? Lasciamo per ora cadere la questione e interessiamoci a una caratterizzazione della cultura, della sua forma generale, se esiste o delle possibili forme in cui si realizza. La tesi qui proposta è che la forma generale della cultura sia:

1) sistema chiuso

2) azione d’omologazione e assimilazione.

In quanto sistema chiuso la cultura mostra un continuo movimento d’interazione circolare lungo un anello in cui la cultura viene prodotta nella maturità acculturata e contemporaneamente, con continuità, trasmessa ai giovani che a loro volta, acculturati, produrranno cultura da trasmettere. E’ vero che il rapporto non è circolare con gli stessi soggetti, perché le generazioni si succedono ma l’organismo cultura va visto nella sua totalità di crescita e interazione in un incessante rapporto circolare con nuovi soggetti che non sono gli stessi in quanto identità  ma che lo sono in quanto funzioni e organi. La generazioni a, b, c si succedono e quindi non c’è un passaggio da a a b a c con ritorno ad a ma c’è senz’altro un rapporto circolare fra le stesse funzioni.
L’organismo vivente, nella sua integrità e nella sua totalità biologica opera e produce, ma tutti i prodotti della sua organizzazione sono gli stessi organismi. Il prodotto dell’organizzazione è l’organizzazione che è anche il produttore. Organizzazione auto poietica dunque, che “si mantiene con i suoi mezzi e si costituisce mediante la sua stessa dinamica, in modo tale che le due cose sono inseparabili”.
Analogamente possiamo guardare all’organismo gruppo, all’organismo società e all’organismo cultura. Assimilato il concetto di cultura in tutta la sua vastità che va dalla produzione artigianale, all’accensione del fuoco, all’uso delle pietre, dei mattoni, alla lavorazione dei metalli, alle opere filosofiche, alla scienza, ai poemi di Omero non possiamo che constatare (1) come ogni operazione sociale si risolva in cultura, si comunichi in forme culturali, si esplichi in interazioni di cultura e come quelle stesse operazioni culturali producano cultura in un continua auto poiesi (2) che ogni operatività, ricerca, studio, esperimento, teoria venga comunicata, discussa, sperimentata e proceda per errori e correzioni che, come abbiamo imparato dalle macchine reazionate, si realizzano secondo cicli in chiusura. Senza l’agire in retroazione non si conquista, non si conosce non ci si evolve, non si raggiungono obiettivi.
La seconda tesi c’indirizza verso cicli più dinamici, complessi e articolati. Dispiegandosi lungo il tempo assume caratteri di freccia, destinali dando luogo, per essere compresa a una concettualità destinale.

Come si vedrà, non appena analizzata, queste tesi ci indirizzano verso forme culturali che sembrano realizzarsi in opposizione all’omologazione, all’assimilazione dell’umanità che perde e conquista, dirigendoci verso realizzazioni d’opposizione, di ribellione e di libertà rispetto all’omologazione. D’altro canto si vedrà come la genesi della cultura si realizza nell’addivenire della sopravvivenza e vivenza degli individui nell’organismo società per cui il crogiolo iniziale, il cominciamento, il proseguimento avvengano nella forma del politico, da cui si emancipano incessantemente, ieri come oggi, il religioso, lo scientifico, l’artistico, il letterario ecc. che si depositano nelle forme del romanzo e del modello entrambi in simbiosi con forme che potremmo caratterizzare come metaforiche.

 

L’emergere del politico

Dobbiamo ripensare ai comportamenti dei gruppi di cacciatori sopravvissuti in quanto esercitanti la caccia come singoli individui in forme di collaborazione di coordinazione e di subordinazione che non poteva certo durare solo nelle ore di caccia. La sopravvivenza dei singoli avvenne all’interno di gruppi di individui che interagivano fra loro collaborando, preparando strategie e armi e distribuendo compiti, che consentivano ai singoli di divenire unità capaci di portare a buon fine la caccia e, più in generale, la sopravvivenza, come se il gruppo fosse una singola entità di esseri/organi collaboranti in sincronia.
La pressione selettiva agì sui gruppi e, attraverso questi, sui singoli. Le varianti incapaci di accettare la collaborazione o di collaborare non sopravvissero. Non sopravvisse il singolo individuo percepente tanto caro ai filosofi ma l’uomo sociale, l’uomo bifronte capace di divenire parte di un organismo-gruppo efficiente.
In questa complessa situazione è essenziale il carattere dei soggetti primari, un carattere essenzialmente bifronte, singolo individuo da una parte, membro di un gruppo dall’altra, così come si sono selezionati, così come sono sopravvissuti. Ma, in realtà gli individui che interagiscono fra loro per formare quel nuovo soggetto che è il gruppo, non sono individui singoli indipendenti. Questi supposti individui singoli, indipendenti, anarchici, tanto spesso favoleggiati dalla filosofia come ‘io-cervelli, io pensanti, io-tabula rasa o ricordanti, io sensibili capaci dalle sensazioni di edificare palazzi di idee, semplicemente non esistono. Esistono invece gli individui bifronti, simbiosi di individui-singoli con individui-gruppo che interagiscono con altri individui bifronti all’interno del gruppo.
Questo uomo bifronte in contrapposizione/armonia, in interazione con gli altri individui bifronti, caratterizza l’attività politica. La dialettica di questa attiva convivenza distingue, informa, seleziona gli atteggiamenti e l’agire politico. L’uomo bifronte è l’uomo politico.
Il suo emergere fu possibile in concrescenza con quell’interazione continua che si esprimeva nell’assegnazione dei ruoli all’interno delle singole incombenze e nell’organizzazione delle gerarchie, che continuavano, precedevano e si sviluppavano nella caccia e nelle altre operazioni di sopravvivenza. La caccia, per la sua importanza, certamente creava, stabilizzava, mutava le gerarchie.
Per l’interagire e l’agire per il successo, che non fu ovviamente limitato alla caccia, ma che si estese, più in generale, al successo nella sopravvivenza, fu fondamentale il formarsi di una serie di comportamenti che si esprimevano e concretizzavano in azioni coordinate di collaborazione in condizione di parità e in operazione di subordinazione, decisione, comando, con stabilizzazione del concetto politico di organigramma.
Gli individui accedevano alla varie posizioni secondo leggi emerse da quell’interagire di sopravvivenza. Lotte politiche quindi! Esibizioni, valutazioni, duelli che seguivano le leggi esistenti per accedere alla scala gerarchica, lotte politiche che contestavano le gerarchie e, più in generale, le leggi generatrici quelle gerarchie.
All’interno del gruppo, anche supponendo fisse le figure, la configurazione delle figure e le leggi, c’era un continuo mutamento generazionale di individui che succedevano a altri individui nell’esercizio di quelle funzioni di coordinazione, subordinazione e comando previste dalla gerarchia impostasi come vincente e stabilizzata come migliore non solo dalle lotte ma anche da un percorso di riflessione che impegnava gli uomini nell’operazione di valutazione. Anche qui interazione fra uomini, interazioni di valutazione, interazioni di resistenza, di contestazione, di difesa; creazione di nuove forme, elaborazioni di interazioni concettuali e linguistiche che dovevano sopravvenire con l’operare sociale e col crearsi e disfarsi delle forme politiche lungo il lungo percorso di sopravvivenza nella convivenza.
Ma prima di parlare col linguaggio, così come lo conosciamo, gli uomini interagivano in maniera comunicativa fra loro e continuavano a interagire succedendosi nelle generazioni tra i vincoli e i pericoli dell’ambiente. La pressione selettiva s’esercitava sui singoli, sui loro organismi e sull’organismo tribù dove la linfa vitale riunificante e salvifica, tanto dei singoli come dell’organismo-gruppo, era proprio la comunicazione culturale. Era comunicazione culturale il trattamento del cibo, la divisione del cibo, l’organizzazione della caccia, l’identificazione e l’avviso dei pericoli, l’acquisizione delle conoscenze, la trasmissione delle conoscenze. Tutte attività che contrassegnano la cultura con il senso generale di sopravvivenza.
Noi possiamo chiamare politica tutto l’insieme delle interazioni degli individui che li portavano a organizzarsi gerarchicamente in gruppi più o meno stabili e ordinati: interazioni di stabilità e mutamento, fra individui e fra individui e gerarchie.
Così intesa la politica interesserebbe tutto il comportamento umano e ciò non è soddisfacente. Con una simile descrizione, tutto sarebbe politica, ma non è così. E’ certamente errato il concetto che tutto sia politica ed è errato pensare che, essendo l’uomo essenzialmente singolo e sociale, tutto sia necessariamente politica. Si trascura la possibilità che proprio il continuo interagire, il continuo interfacciarsi, confrontarsi possa produrre significati del tutto innovativi e in particolare possa produrre attività che nell’evolversi non solo si riscattano dal politico, ma conquistano col tempo e con le continue interazioni una esistenza autonoma, configurandosi come mondi a sé, dotati di chiusura e completezza in una misura almeno sufficiente a produrre una autosufficienza di significati con una vera e propria emancipazione dalle proprie cause anche se più che di cause si dovrebbe metaforicamente parlare di brodo primordiale o di coacervo di significati.

L’emancipazione del romanzo

L’evoluzione e la riserva

Per meglio articolare il politico consideriamo che fin dall’inizio l’interagire degli individui non creò una sola ma una pluralità di gerarchie.
L’art e all’interno del generico termine ‘arte’, la rappresentazione di oggetti animati o inanimati, visibili o invisibili, di motivi ornamentali, di passioni può essere studiata come esempio di attività capace di emanciparsi dalle proprie origini.
Di pittura, scultura, raffigurazione si può parlare in un senso molto più ampio che il termine ha assunto e assume normalmente. Possiamo considerare come facenti parte della raffigurazione non solo le pitture raffigurative di animali, di armi, di cacciatori, di oggetti, ma anche quelle più o meno stilizzate più o meno riconoscibili, i simboli magici, riconoscibili o volutamente criptici, le pitture, le incisioni disegnate o incise con caratteri di permanenza sulle pareti, sugli altari, sul legno, quelle volutamente temporanee tracciate sulla terra, nell’aria, quelle trasportabili su armi, su emblemi, sul proprio corpo, ecc., le figure del ballo, quelle delle cerimonie religiose espiatorie o propiziatorie ecc.
Una varietà pressoché inesauribile con caratteristiche multisignificanti in cui intervengono motivazioni religiose, magiche, politiche. Le figure, i simboli assumono di volta in volta funzioni di evocazione, di possesso e di potere religioso, magico, politico che rendono accessibili gli oggetti di cui sono immagini (animali da cacciare, animali, situazioni, nemici da temere, ecc.)
Assodato come la cultura attribuisse alle immagini (ma anche ai nomi) delle cose una sorta di dominio di origine magico-animistica sulle cose stesse, il disegnatore venne a trovarsi in ambigua simbiosi con il sacerdote circa l’evocazione dei poteri di dominio capaci di facilitare le pratiche di sopravvivenza come la caccia e allontanamento dei pericoli. Una posizione non certo gradita al sacerdote.
E’ naturale che costui cercasse di disaccoppiare i poteri del sacerdote da quelli del pittore disaccoppiando le funzioni pittoriche da quelle sacrali. E’ naturale che venisse affermato che l’immagine di per sé non avesse alcuno di quei poteri che solo la sacralità del sacerdote poteva attivare con le sue funzioni e i suoi poteri. E’ altrettanto naturale che questo disaccoppiamento con desacralizzazione dell’immagine e della capacità di produrla non potesse che avvenire con successive stilizzazioni delle immagini stesse fino a ridurle a semplice schema simbolico che non richiedeva alcuna capacità rappresentativa e che era quindi facilmente tracciabile dallo stesso sacerdote. Un simbolo schematico che non aveva comunque, come l’immagine, alcun potere se non attivato dalla sacralità del sacerdote. 
Emergono quindi funzioni, capacità e differenziazioni e, con le differenziazioni e i disaccoppiamenti, la capacità di un disegno di rappresentare, un oggetto un animale, una caccia viene privata di ogni capacità magica o religiosa di evocare o di dominare l’oggetto: un disaccoppiamento dell’immagine dalla sua funzione. Sono i poteri e le formule dei sacerdoti a rendere efficaci le immagini, sono essi ad avere la capacità, le formule, i riti capaci di estrarre dalle immagini clemenza, presenza, dominio ecc. Le immagini non hanno quindi di per sé potere, ma lo acquistano se sacralizzate da apposite cerimonie del sacerdote, dalle formule che pronuncia. Con la necessità di una consacrazione, i prodotti del disegnatore perdono valore sacrale e diventano religiosamente e magicamente inerti. La funzione del disegnatore, e con essa le sua capacità, si disaccoppia dal sacro e diventa laica.
Ma se le immagini, da una parte, perdono una serie di capacità, dall’altra diventano oggetti godibili da chiunque. Se non sono sacre di per sé non devono e non possono essere guardate come tali. Il disegnatore, persa ogni aura politico religioso, diventa produttore di oggetti godibili di per sé e tanto più godibili quanto più esteticamente belli, impressionanti, meravigliosi, evocativi, celebrativi.

Senza voler ora ripercorrere un possibile modello di sviluppo, è però chiaramente intuibile come le continuate interazioni all’interno della tribù, modificano gradualmente i significati e le funzioni. La rappresentazione grafico pittorica nata, immersa in un crogiuolo onnicomprensivo di significati magico-religiosi, si emancipa da questo crogiuolo mitico, politico, magico, religioso, emancipando contemporaneamente tanto la pittura che il potere del pittore e la sua capacità pittorica. La pittura si è emancipata dalle sue cause.
L’emancipazione è innanzitutto un superamento che assume un significato culturale. Ma superare non significa perdere i legami con le proprie origini. Le origini come il mondo esterno sono comunque presenti. Bisogna pensare all’emancipazione, invece, come alla creazione di un mondo a sé, auto significante nel senso di Cassirer o anche alla sopravvenienza di un sistema chiuso in senso cibernetico dove chiusura non significa assenza di contatti. Così i confini non furono irreversibilmente superati ma mantennero legami in tensione verso l’evasione e il superamento. I pittori, le opere mantennero una tensione bipolare da una parte verso il mondo e la società in cui comunque operavano e che era più o meno esigente, più o meno severa e prescrittiva, dall’altra in direzione dell’affermazione della propria autonomia. Questo non significa né dipendenza strutturale, né permanente raggiungimento di una emancipazione definitiva dalle proprie origini vitali. L’emancipazione è non solo un progredire del superamento ma un percorso sempre in fieri, reversibile, discontinuo con possibili ritorni rivitalizzanti verso un qualcosa che deve essere rivivificato ripristinando le fonti.)
Questo qualcosa, questo alimento vitale è naturalmente il senso. l’emancipazione di senso è un passaggio dalla fonte di senso primitiva e animatrice della nascita a un altra fonte che si alimenta solo di se stessa. Superamento di confini e un nuovo equilibrio verso quell’autonomia di senso in cui il sistema trova in se stesso le risorse di senso di cui alimentarsi. Non più quindi, arte per qualcosa, che arte non è, in cui trovare canoni regole oggetti, criteri di giudizio, valutazione, accettazione o repulsione, ma arte autonoma capace di trovare in se, nella sua storia canoni, criteri, giudizi per il proprio senso.

La generazione di una riserva

L’evoluzione viene spesso ridotta allo schema secondo cui:

1)       variazioni individuali del codice genetico sopravvengono in maniera casuale, 

2)       su queste mutazioni l’ambiente seleziona le variazioni capaci di sopravvivere e trasmettere le mutazioni,

anche se in realtà l’evoluzione e la pressione selettiva agiscono in maniera molto più complessa. Pur consci di questa semplificazione non ci scosteremo da questa versione elementare. Utilizzare una versione più complessa, più scientifica ma più problematica complicherebbe solo la discussione senza nulla aggiungere all’importante concetto che identificheremo fin d’ora come Riserva di significati

E’ evidente che variazioni favorevoli alla sopravvivenza, sopravvennero e continuano a sopravvenire, a strutturarsi, a coordinarsi con organi e funzioni, in maniera tale da risultare, nello stesso tempo, altamente funzionali alla sopravvivenza nella sua funzione fondamentale ma del tutto estranee ad essa per altre funzionità rese possibili dall’avvenuto strutturarsi delle funzioni vitali. E’ chiaro che qui si allude, ad esempio, al possibile sopravvenire  di organi, funzioni e programmi con potenzialità plurime e differenziate.
Per meglio comprendere si può pensare al complesso delle mani, delle dita, del braccio con snodi e articolazioni delle dita, del polso, del gomito e della spalla, che certamente furono fondamentali nel caratterizzare il tipo di evoluzione del primate uomo, dotandolo delle capacità vitali di arrampicarsi, di costruire e utilizzare utensili per la caccia, di esercitare la raccolta dei frutti, la difesa, la lavorazione di altri utensili ecc.
La pressione evolutiva premiò queste capacità. Nondimeno quelle stesse mani, quelle stesse articolazioni delle mani,del polso, del gomito, della spalla, capaci di coordinarsi così bene fra loro, sono quelle stesse che gli permettono di suonare la chitarra, il violino, la fisarmonica  ed altri strumenti musicali. Sono le stesse che gli permettono di scrivere a mano e a macchina, che gli permisero nel passato di produrre suoni sfregando corde, traendone e apportando piacere al gruppo, alla tribù, al singolo. Sono le stesse che oltre che essere capaci di costruire complesse armi, trappole per la caccia, il combattimento, la difesa, e di usarle furono capaci di costruire complessi strumenti a corda e di usarli.
Naturalmente noi non possiamo sensatamente affermare che l’evoluzione premiò le estremità prensili perchè permettevano di produrre una molteplicità di suoni, sfregando delle corde tese
Per comprendere il problema si pensi alla potenza e alla pluralità di capacità funzionali tanto dell’Hardware che del software necessari per far girare un programma sofisticato di scrittura come Word e a quanti altri programmi si possono far funzionare con quello stesso hardware e quello stesso software. Se immaginiamo che Word sia A, gli altri programmi possibili B, C eccetera allora possiamo immaginare che a un certo punto dell’evoluzione la capacità A si sia dimostrata vincente e selettiva, trascinando con se anche le potenziali capacità B,C,D, ecc. pur essendo, queste ultime, del tutto indifferenti alla sopravvivenza
La pressione evolutiva premiò senz’altro la capacità di programmare, di escogitare soluzioni, di superare difficoltà e pericoli, di risolvere problemi sempre più complessi e difficili. Tutte queste capacità sopravvennero e furono premiate sia in campo mentale dove la capacità di sostenere programmi di calcolo, riconoscimento, decisione ecc presuppone l’esistenza di strutture celebrali con memorie, connessioni e dimensioni adeguate ai programmi, sia in campo più specificamente materiale (abilità manuali ecc.) creando così sia possibilità di abilità manuali che programmi capaci di utilizzare queste capacità tanto in funzione di sopravvivenza che con significati del tutto diversi.
Possiamo allora almeno provvisoriamente concludere che in noi si sono stratificate surplus, riserve, capacità, che potremmo indicare come riserve di potenzialità di significato, delle quali la pressione selettiva dell’evoluzione non è stata il diretto attore.

 

Riserva di senso

L’evoluzione, la storia biologica e culturale dell’uomo non sono riducibile alla selezione naturale nel suo senso fondamentale legato alla sopravvivenza.
Ciò è vero innanzitutto perché sono sopravvenute una gran quantità di variazioni indifferenti ai meccanismi di pressione selettiva e in secondo luogo perché varianti salvifiche da sole o in interazione con il sistema possono costituire strutture complesse con grandi potenzialità di azione e significato al di fuori del meccanismo selettivo di sopravvivenza, ossia al di fuori del paradigma destinale Essere informatico destinalmente immortale e al suo cieco, ottuso progredire, in eterno conflitto/ accettazione con gli esseri singoli mortali che dall’Essere sono destinalmente e informaticamente vissuti.
In quanto altro dal sopravvivere la riserva ha un senso altro dall’essere vissuto dall’essere immortale, un senso connesso al vivere e non all’ottusamente ciecamente sopravvivere, e non all’ottusamente, ciecamente essere vissuto dell’Essere immortale, ma al vivere in comunità essendo individuo singolo e mortale. In quanto tale, la riserva di senso è connessa al finito, al limitato, al senso storico e si storicizza nelle storie dei mortali. Le generazioni di senso si evolvono e, in quanto sopravvenute, in un certo periodo si storicizzano in esse.
Si è parlato dell’articolazioni delle mani e del braccio che ci rende in grado di suonare strumenti a corda, di scrivere, di battere a macchina, di costruire quegli stessi strumenti, ma il fenomeno lungi dall’essere limitano a qualche funzione è tanto vasto da investire tutto il nostro vivere quotidiano
Con le mani costruiamo utensili funzionali alla sopravvivenza ma anche zufoli, trombe, flauti che poi suoniamo non solo con le mani ma anche con la modulazione del fiato. L’uso combinato dei due mezzi ci permette di alzare e abbassare il volume e di modulare le note e gli accordi consentendoci di emettere note e suoni isolati, note, suoni e accordi coordinati in un sistema di contemporaneità e di successione, ossia canti, sinfonie, concerti, ritmi, musica da ballo. Sia il ballo che il canto avvengono articolando l’uno la voce e l’altro le mani, le gambe, il corpo e le braccia. Benché, braccia, corde vocali polmoni siano tutti organi vitali, altrettanto non si può dire di loro prodotti come il ballo, il canto, il suono degli strumenti a fiato, i concerti, le sinfonie. Analoghe considerazioni si potrebbero fare in relazione alla pittura, alla scultura, alla composizione di poemi, liriche, romanzi ecc.

Abbiamo dunque tutto in insieme di abilità, possibilità, attività connesse alla sopravvivenza e un’altra serie di abilità, attività, potenzialità che ci derivano da quella riserva che abbiamo chiamato riserve di potenzialità, che non sono oggi, come non sono state in passato, legate e funzionali alla sopravvivenza e che non traggono né hanno tratto in passato da questa il proprio senso.
Suonare, comporre, cantare, scrivere poesie o romanzi, disegnare e commentare vignette, fare teatro non sono funzioni necessarie a sopravvivere o, per lo meno, non lo sono e non lo sono state in un senso così universale e totale come il respirare, il cibarsi, il coprirsi, il lavorare per procurarsi cibo, vestiario, cure per le malattie, cibo ecc. e, soprattutto, non sono state determinanti per la nostra sopravvivenza in quanto uomini. Il loro senso non è inserito nella mappa delle funzioni di sopravvivenza se non in maniera  sussidiaria. Non certo di pari importanza alla svilupparsi di sistemi di comunicazione e segnalazione di pericoli e successivamente dei fonemi linguistici.
Dunque le mani, il sistema vocale, il sistema motorio il nostro sistema di riconoscimento e decisione, il nostro vedere, pensare, interfacciarsi, così fondamentali per la nostra sopravvivenza, consentirono contemporaneamente operazioni straordinarie come il canto, l’accompagnamento la danza, la narrazione, la raffigurazione, la danza, consentirono in altre parole il procedere di quell’operare denominato artistico, che ha come prodotto duraturo le opere d’arte. Operazioni di vita, di percorrenza la vita non necessarie al sopravvivere che si differenziano da quelle vitali di sopravvivenza per i loro significati primari estranei e diversificati ma comunque non legati al circuito primario di sopravvivenza.

E certamente dovette apparire come fantastico e meraviglioso, magico per i singoli esseri mortali questo vivere diversamente, questo vivere rilassati o diversamente eccitati rispetto al quotidiano impegno di sopravvivenza che impone il senso di sopravvivenza, questa diversificazione dall’Essere da cui erano e sono vissuti, quell’agire non necessario, non per la sopravvivenza ma per altro, per se stessi. Un magico distrarsi e uscire dal mondo in una operatività/partecipazione che miracolosamente si raccordava a una maniera di sentire dell’uomo che non era quella di essere vissuta dal soffocante, ansioso, implacabile Essere destinalmente Immortale.
L’uomo si diverte e gioca in età matura al di là del significato salvifico che il gioco di apprendimento, di corsa, di lotta ha per i giovani apprendisti della vita. Conosce il piacere di raccontare e di ascoltare racconti che non sono racconti di notizie, d’informazioni, che vanno al di là del racconto informatico, che non ricoprono ruoli salvifici, che non hanno fini esemplari e parlano di uomini e donne del tutto inventati E ancora suoni e sequenze i suoni, canti che non sono solo religiosamente salvifici, che non sono solo segnali sonori, né cori di caccia o di guerra, ma canti da godere per altro, da cantare per altro: per festeggiare, per gioire, per nessun altro motivo che non sia il cantare stesso, l’ascoltare e il godere gli effetti ritmici, melodici di per sé, piaceri che stimolano a loro volta l’inventiva e creatività, dando autorità e prestigio a chi inventava e interpretava. Non a caso nascono gli dei della musica, nascono miti come quelli di Orfeo, cantore capace di commuovere le pietre col suo canto. La dimensione è mitica e sacrale ma non riducibile alle funzioni sacrali emerse come funzioni salvifiche, costruttive e capaci di assegnare agli eventi quella dimensione tranquillizzante, operativa, mappale di sistema orientativo per la sopravvivenza.
Gli dei della musica, i nuovi miti come Orfeo celebrano il godimento poetico, artistico, musicale nella sua bellezza in sé. Non solo canti religiosi per Marte o Giove per invocarne l’aiuto, placarne l’ira e neppure canti alla dea delle messi, in cui si canta con significati e fini altri che il proprio godere di quei canti, di quei componimenti.

Di fatto, con l’ampliarsi, il fenomeno convergeva e favoriva l’addivenire della emancipazione dei mondi artistici di cui abbiamo parlato. I due fenomeni convergendo tecnicamente lungo un comune cammino si influenzavano reciprocamente, velocizzandosi a vicenda.
Ma perché si traeva piacere e quando? La questione è importante e se ne parlerà nella prossima sezione dedicato, appunto, all’intricata simbiosi tra bello e arte.
Riserva di significato e emancipazione dal brodo politico sono sopravvenienze diverse e convergenti nel creare piacere, verità e significato autonomo. Di fatto agiscono entrambi rafforzando obiettivi che non sono coincidenti, che hanno origini e motivazioni diverse ma interagiscono e contribuiscono entrambi a creare il mondo autonomo dell’operare e del godere artistico. Anche in questo caso la due sopravvenienze, convergendo – non solo tecnicamente ma creativamente - lungo un comune cammino di creazioni di significati, si influenzano reciprocamente, velocizzandosi a vicenda.
L’autonomia di senso presuppone un mondo chiuso di senso, in misura tale che, se viene cercato il senso di una situazione o di un cambiamento questo possa essere trovato tanto nella storia di quel mondo che nella configurazione di provvisoria stabilità assunta dal mondo. Questi mondi sono chiusi anche nel senso di Cassirer (non in riferimento ai mondi come condizioni logiche, trascendentali della comprensione del mondo, ma in un senso più fluttuante, di percezione autonoma di vita e di autonomia di vita nel mondo/nei mondi). Sono mondi in completezza mappale con una loro logica distributrice del senso che non è quella classificatoria o logica o riduzionistica del linguaggio informativo. Sono autonomi anche nel linguaggio, anche se non si può tecnicamente parlare di linguaggio e neppure delegare alla genericità del simbolico come pensava Cassirer. Siamo molto vicini all’indicibile, al non esplicitabile ma solo in quanto appartenente a mondi diversi da percorrere con mezzi diversi.
Questo breve excursus ci da ragione sia di quell’indipendenza e autonomia dell’arte sia di quella autonomia di significato di cui molti parlano ma senza darne alcuna ragione e motivazione. Ugualmente – ed è ciò che importa in questa sede – liquida quelle insensata teoria olistica che fu il marxismo che tutto volle ridurre al sociale e, entro il sociale alla dinamica delle classi sociali.

L’essere destinale

L’Essere destinale è l’Essere che vive gli individui singoli mortali, quei singoli mortali che dell’Essere destinale immortale costituiscono la malattia. L’essere dell’uomo sopravvissuto, funzionale al sopravvivere è vissuto dall’essere destinalmente immortale ma, come si è visto, vive condizioni che non sono funzionali, alla sopravvivenza.
Sono facoltà sopravvenute al di fuori del senso primario di sopravvivenza.
In quanto altro dal sopravvivere la riserva ha un senso connesso non all’essere vissuto dall’Essere immortale e al sopravvivere ottusamente ciecamente dell’Essere immortale, ma al vivere di singoli individui mortali in comunità. In quanto tale la riserva di senso è connessa al finito, al limitato e si storicizza nelle storie dei mortali. Il loro senso, le loro forme sono in storica evoluzione coi moduli e coi criteri di sopravvenienza nel mondo ad opera dei singoli mortali, come malattie dell’essere. Non appartengono al destino di sopravvivenza eterna ma alla temporalità del mortale.
L’Essere informatico nel suo cieco, ottuso procedere non ha altro senso che la sua immortalità che gli proviene dalla casualità e dalla selezione ed avendo questo unico senso non ne ha alcuno, nella stessa misura con cui affermeremmo che in un mondo il cui unico colore è il rosso, non avrebbero bisogno né della parola ‘rosso’ né della parola ‘colore’. Nello stesso momento, però, in cui affermiamo che l’Essere destinalmente immortale procede ottusamente, insensatamente, ecco che ci vive trasmettendoci altri sensi importanti che provengono dalla Riserva evolutiva.
Con ciò ponendoci le domande “Come è possibile parlare di un romanzo, di un quadro, di una storia della letteratura, di una storia della musica senza tirare in ballo il tutto olistico?”,“Da quali facoltà nasce la capacità di produrre romanzi?”, “Con quale linguaggio, visto che il linguaggio con cui vengono scritti i romanzi, con cui si parla di romanzi, con cui si parla di pittura e di musica, è quello informati vo e digitale dall’Essere destinalmente immortale?”
L’Essere informatico ci vive col linguaggio dell’informazione, del paradigma dell’assimilazione, delle preteorie, dei sistemi di orientamento e sopravvivenza. Questo apparato vive il singolo mortale al di là e indifferente al destino di singolo mortale. Tutti i singoli, in quanto sono vissuti dall’Essere immortale, sono vissuti dalla comunicazione e dal paradigma di colonizzazione del mondo. Noi ci capiamo così come ci capiamo perché comunichiamo con il linguaggio dell’informazione e dell’assimilazione; ci capiamo parlando quel linguaggio perché quel linguaggio è il paradigma, l’architettura del nostro vivere e sentire il mondo. Il senso del paradigma è tutto nel dominio del sopravvivente, tutto nel destino di sopravvivenza dell’Essere immortale. Siamo dunque come esseri mortali vissuti dal paradigma con cui si attua il circuito della colonizzazione del mondo, ma noi non siamo l’Essere immortale, noi comunichiamo anche con modalità diverse da quel paradigma, comunichiamo cose diverse dal paradigma, estranee almeno in parte, addirittura aliene al paradigma e che traggono il loro senso dall’essere appunto estranee al paradigma da cui siamo vissuti.
Lo facciamo in continuo scambio, commercio, compresenza con le normali operazioni di sopravvivenza, operazioni che come l’alimentarsi, il respirare, il procurarsi il cibo ecc. vivono il senso della sopravvivenza. Così normalmente facciamo e godiamo delle arti della rappresentazione, della pittura, della musica della poesia della narrazione ecc. L’importanza di queste ed altre simili attività sta ‘in se stesse’, dove l’espressione ‘in se stesse ’ non ha alcun senso assoluto o metafisico ma va inteso come un ‘per noi’ o “nel nostro vivere quella pluralità di sensi, di comunicazioni, di mondi, di invenzioni che mappano le nostre vite di singoli come malattie o alienità dell’Essere”.

Analogico e digitale

Affermando che l’arte parla (ad esempio nel romanzo e nella poesia ecc.) col linguaggio informatico del nemico, è facile concludere che essa, non potendo dire, si mostri.
L’opposizione dire/mostrare caratterizza gran parte del Tractatus di Wittgenstein per motivi che nulla hanno a che fare con l’opposizione arte/informazione. Wittgenstein non connette inoltre l’opposizione dire /mostrare con l’opposizione analogico/digitale.
Se l’arte si mostra attraverso il nemico, ossia attraverso il linguaggio informativo, allora è quasi obbligatoria la conclusione che abbia in qualche modo a che fare con l’analogico. Oltretutto riconosciuto il carattere digitale del linguaggio informativo, si rafforza l’idea di un carattere analogico dell’arte considerando che il digitale è la negazione dell’analogico e che ogni conversione dall’analogico al digitale distrugge l’analogico che non è più ricostruibile a partire dal prodotto della conversione.
Non tutto il prodotto artistico utilizza il linguaggio digitale in egual misura. Passando dal romanzo alla poesia, alla rappresentazione teatrale s’incrementa la presenza dell’analogico.
Nel romanzo l’autore deve esprimersi col linguaggio e solo col linguaggio. Se racconta di un individuo barbuto e se questo particolare è importante per l’espressione del suo racconto, deve informare il lettore. Lo può fare in molti modi, utilizzando una gran varietà di parole, di sintassi ecc. ma deve comunque dirlo con il linguaggio che informa e con ciò informare il lettore. Se ritiene necessario farlo sedere deve informarne il lettore, se ritiene necessario far sapere come è vestito deve descrivere gli abiti ecc. Tutto ciò non avviene in una rappresentazione teatrale. L’individuo-personaggio sul palcoscenico mostra la sua barba, si siede, indossa il suo vestiario e indossandolo, lo mostra agli spettatori. Dunque se il mostrare fosse il contrassegno dell’arte o meglio il suo linguaggio (o il suo mezzo privilegiato ) dovremmo dire che l’arte si esprime più facilmente attraverso il teatro che attraverso il romanzo. Ma non sembra che le cose stiano in questo modo. Romanzo e rappresentazione teatrale sono due tipi diversi di raccontare e mostrare ed entrambi possono esprimere al massimo grado ciò che indichiamo arte e poesia. Certo, le possibilità delle due espressioni non sono equivalenti. Con il teatro non si può esprimere tutto ciò che si può esprimere col romanzo e viceversa. Questo non vuol dire, naturalmente, che si possa istituire una graduatoria fra le varie arti in base al loro grado di analogicità.
Altri motivi ci inducono a meditare. La descrizione dell’abito di un personaggio può essere poetica, artistica o, senza scomodare termini di incerto significato, solenne, comica, irridente, celebrativa, sarcastica; può usare termini immaginifici, fantastici, metafore, può usare una sintassi elementare , barocca, avanguardista ecc. tutte caratterizzazioni difficili da trasportare sulla scena soprattutto quando l’abito, in se, è assolutamente normale e non può comunicare né comicità né sarcasmo, né solennità ecc. Difficile ma non impossibile. In teatro è possibile esprimere molto in più o molto in meno ma comunque qualcosa di diverso.

E’ significativa la scelta dei particolari e i tempi d’introduzione delle informazioni. Un autore può descrivere un pranzo di otto persone, senza parlare del vasellame, dei bicchieri, delle tovaglie, delle pareti, delle decorazioni, che non ritiene essenziali all’economia del racconto. Ugualmente un autore può presentare un personaggio come biondo e baffuto senza parlare delle labbra, della fronte ecc. Questi sono limiti informativi ma anche possibili pregi letterari: l’autore può scegliere, mettere in evidenza, mettere in primo piano e trascurare il resto. Una rappresentazione teatrale naturalmente non dispone di questi mezzi e deve presentare i mobili, le tovaglie, i bicchieri, le pareti le decorazione ecc. Un mare di particolari in cui quelli importanti possono affogare. Un autore può raccontarci del tal personaggio a pagina duecento, una rappresentazione teatrale non può farlo, se un individuo è nero lo è dall’inizio alla fine e non può essere che mostrato così.
 Il problema è dunque complicato. In tutte le circostanze citate, benché il rapporto fra componenti analogiche e digitali abbia la sua importanza, tuttavia non determina di per sé un vantaggio o uno svantaggio espressivo. Il potere di scelta offerta all’autore dai vincoli imposti dalla narrazione (che non può naturalmente presentare tutti i particolari) diventa un pregio e questo potere di scelta, di messa in evidenza, di citazione di un oggetto, di libertà di presentarlo quando lo ritiene più opportuno e con le modalità che ritiene più adatte, è una caratteristica totalmente digitale in virtù della quale l’autore si trova nella condizione di possedere risorse per rappresentare la scena come un insieme di oggetti e predicati entro cui effettuare le scelte che ritiene opportune.
Ritroveremo in parte queste caratteristiche del narrare tanto nei modelli quanto nelle metafore e questo ci aiuterà a caratterizzarne i rispettivi significati, le differenze, le parentele.



[1] Già si è parlato di questo destino di conquista e di perdita; le motivazioni intervengono più volte nella trattazione e possono essere approfondite nell’Appendice.

[2] L’idea di una civiltà come organismo non è nuova. Spengler nel suo trattato Il tramonto dell’Occidente presentò il succedersi della civiltà come il nascere, il crescere, il maturare e infine il declinare e il morire di veri organismi viventi. Quando Spengler pensava e descriveva  i suoi organismi civiltà, sugli organismi si sapeva ben poco.

[3] Vedi anche i capitoli sui modelli, la questione sull’opposizione analogico digitale e la questione sul rapporto fra linguaggio e mondo qui esposto in più riprese partendo dalla critica del cultura dell’immagine del mondo.

[4] Vedi capitolo su modelli.

 

 

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